Il 31 maggio 2017, nel presentare in Campidoglio il Piano rom, l’assessora Laura Baldassarre era stata chiara: “La Ue dice che non dobbiamo avere politiche speciali per i rom ma dare loro la possibilità di accedere a servizi e prestazioni già esistenti, potranno usufruire di quello che è previsto per l’abitare per i cittadini romani, uscendo dall’assistenzialismo”.

Parole che perdono ogni senso davanti all’ultimo bando del Comune di Roma che prevede l’accoglienza temporanea di una dozzina di famiglie rom in appartamenti collocati su tutto il territorio regionale. Obiettivo del progetto è quello di “favorire l’acquisizione dell’autonomia personale e sociale, una gestione adeguata della vita familiare, la protezione dei minori garantendo un sostegno socio-educativo agli adulti nelle funzioni genitoriali”. Costo medio per l’accoglienza di un anno di una famiglia di 6 persone: 110.000 euro.

Un bando scandaloso, anzitutto per il chiaro approccio rieducativo e poi per lo sperpero di denaro pubblico. Ma soprattutto un atto che riconosce finalmente in maniera esplicita il fallimento del Piano rom, il “capolavoro da applausi”, come ebbe a definirlo Beppe Grillo.

Effettivamente, se cerchiamo a fare un primo sommario bilancio di fine mandato, i risultati parlano sin troppo chiaro. Se si prova ad elencare l’impianto messo su dalla giunta Raggi per superare i campi rom si resta basiti. Una superconsulente, un intero ufficio speciale con tanto di dirigenti (4 negli ultimi 3 anni) e assistenti sociali dedicati, più di 3 milioni di euro impegnati per superare campi che sono ancora lì, come La Barbuta e Monachina; quasi altrettanti per superare l’insediamento di Castel Romano.

E poi ancora più di un milione di euro speso ogni anno per gli sgomberi di microinsediamenti, soldi dati per campagne vaccinali, sale operative sociali, centri di accoglienza temporanei, scuolabus…

Il primo campo da superare è stato, nell’estate del 2018, quello di Camping River. In quell’occasione fu salutata con enfasi la “terza via” ideata dall’Amministrazione Capitolina: il rimpatrio assistito (con tanto di viaggio in Romania della sindaca Raggi con delegazione di giornalisti al seguito). Dodici famiglie del “villaggio” decisero di optare per questa opportunità, ma solo dopo pochi mesi tutti i progetti risultavano già interrotti e le famiglie tornate a Roma. Il celebrato superamento del Camping River terminò così con l’epilogo peggiore: un drammatico sgombero con donne e bambini per strada.

Il secondo insediamento per il quale era stata promessa la chiusura doveva essere quello de La Barbuta, da superare il 31 gennaio 2021 ma con ancora 190 persone al suo interno. Altre sono uscite nei mesi precedenti ma nessuna grazie alle formule ideate e proposte dal Comune di Roma: bonus affitto, rimpatrio assistito, trasferimento in altre province.

Anche nel campo di Castel Romano, probabilmente il più problematico, dove vivono quasi 600 persone, nessun nucleo ha accettato le soluzioni proposte dai tre soggetti del privato sociale che da circa un anno operano nel “villaggio” a nome del Comune. Che invece, per sbloccare la situazione, ha deciso nel luglio scorso di sgomberare una delle tre aree che lo compongono. Neanche riuscendoci.

E così, davanti al diffuso fallimento e nell’assoluta necessità di portare a casa qualche risultato – con una campagna elettorale alle porte – ecco uscire in questi giorni il bando da quasi 2 milioni di euro per l’accoglienza di 60 persone rom sul territorio regionale, da Civitavecchia a Tivoli, passando per Latina e Viterbo.

“L’ente gestore – si legge nel Capitolato – dovrà assicurare personale qualificato per il raggiungimento degli obiettivi educativi, alloggio idoneo, reperibilità di un operatore h24 con cellulare dedicato, utenze, servizio di lavanderia e sanificazione, fornitura di vestiario e calzature, beni alimentari o buoni pasto, kit di igiene personale, medicinali generici”.

E inoltre corsi di “educazione civica e al rispetto delle regole e della convivenza civile all’interno del servizio nel condominio e nel contesto territoriale in cui è ubicato il servizio; educazione all’economia domestica (preparazione dei pasti, dieta equilibrata, pulizia degli ambienti); educazione alla cura di sé, igiene, vestiario se necessario, assistenza medico sanitaria; fornitura di materie prime per la preparazione dei pasti secondo una dieta settimanale opportunamente predisposta o buono presso supermercato per l’acquisto delle materie prime; sostegno alla responsabilità genitoriale rispetto alla cura dei minori e alla frequenza scolastica”.

Tra il drammatico e il farsesco si va avanti così in un film già visto: politiche speciali fallimentari, denaro pubblico sperperato, campi che restano dove già si trovano. Con un pressappochismo, condito da stereotipi, che fa da padrone e una “mangiatoia” che la Raggi, all’indomani di Mafia Capitale, aveva solo a parole promesso di chiudere.

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