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“Mamma è morta tra le mie braccia”: il dolore del figlio di Lucia dopo il suicidio assistito in Svizzera. Poi l’autodenuncia di Cappato e degli attivisti

Aveva 80 anni e una grave malattia neurodegenerativa. Dopo il no dell’azienda sanitaria al fine vita in Italia, ha scelto di morire in Svizzera. Cappato e gli attivisti Antonella Lauvergnac e Matteo D'Angelo si autodenunciano: “O siamo colpevoli noi, oppure chi le ha negato un diritto nel suo Paese”
“Mamma è morta tra le mie braccia”: il dolore del figlio di Lucia dopo il suicidio assistito in Svizzera. Poi l’autodenuncia di Cappato e degli attivisti
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“Più volte, scherzosamente, le abbiamo chiesto di abbandonare questa scelta, ma lei era risoluta. Credo a causa di un’infinita sofferenza che l’ha portata a morire nelle mie braccia dopo una difficilissima ultima videochiamata con mio padre”. Nelle parole di Paolo, il figlio di Lucia, c’è tutto il peso di una decisione maturata lentamente, tra dolore, attese e speranze. Una scelta che ha portato sua madre, 80 anni, triestina, affetta da una rara malattia neurodegenerativa, a lasciare l’Italia per raggiungere la Svizzera e accedere al suicidio medicalmente assistito. Come tanti altri cittadini e cittadine d’Italia da Dj Fabo in poi. Solo soltanto quindici le persone – spesso dopo lunghe battaglie legali – ad aver visto riconosciuto il diritto a morire nella propria casa accanto alla famiglia. Lucia è morta il 3 giugno, lontano dalla sua città, dalla sua casa e dal marito, che per ragioni di età e salute non ha potuto accompagnarla nell’ultimo viaggio.

“Distanti dalla sicurezza di casa sua e da mio padre e suo marito che non poteva partecipare al suo ultimo viaggio per età e salute, siamo rientrati questa notte dopo aver salutato mamma”, scrive il figlio in una lettera letta durante una conferenza stampa dell’Associazione Luca Coscioni. “Ringrazio di cuore tutte le persone che hanno supportato e aiutato mia madre a liberarsi dei dolori e della sofferenza continua che la accompagnavano oramai da più di un anno”. Paolo racconta di aver sperato fino all’ultimo in un epilogo diverso. “Non nascondo che fino all’ultimo ho sperato egoisticamente che ritornasse con noi in Italia, insieme ai sanitari di supporto”. Ma quella speranza si è infranta davanti alla determinazione della madre e a una sofferenza che, secondo i familiari, era diventata insostenibile.

L’autodenuncia

Dopo la sua morte, Marco Cappato si è autodenunciato alla Questura di Trieste insieme agli attivisti Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, che hanno accompagnato fisicamente la donna in Svizzera. Una scelta che si inserisce nella strategia di disobbedienza civile portata avanti dall’Associazione Luca Coscioni dal 2019, dopo la sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo e continua nonostante indagini, processi e rinvii alla Corte Costituzionale. Secondo l’associazione, Lucia possedeva tutti i requisiti richiesti dalla Consulta per accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Eppure la sua richiesta era stata respinta dall’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), che aveva ritenuto non sussistente il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Una valutazione che l’associazione contesta duramente.

“Lucia era dipendente totalmente da terze persone e la Corte Costituzionale ha già spiegato che i trattamenti di sostegno vitale devono essere intesi in senso ampio e quindi riteniamo che Lucia rientrasse in tutti i requisiti stabiliti dalla sentenza Cappato”, ha spiegato l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. “Assumeva una corposa terapia farmacologica che senza assistenza continua non poteva assumere. I tribunali hanno confermato che questi sono requisiti che rientrano nei trattamenti di sostegno vitale. Lucia avrebbe voluto morire nella sua città dove è sempre vissuta. Invece è stata costretta ad andare all’estero”.

Lucia

Lucia aveva lavorato per anni come infermiera nel reparto di pneumologia di Trieste. Negli ultimi tempi, però, la malattia l’aveva resa completamente dipendente dagli altri per le attività quotidiane. Secondo quanto riferito dall’associazione, necessitava di assistenza costante e anche di procedure indispensabili come i clisteri per poter evacuare autonomamente. La donna aveva presentato una seconda richiesta di verifica dei requisiti, ma la risposta non era ancora arrivata quando ha deciso di partire. “Dopo Martina Oppelli, un’altra donna triestina è stata costretta ad andare a morire in Svizzera”, ha detto ancora Gallo.

“Lucia aveva chiesto di poter accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Ne aveva pieno diritto, ma dopo il primo diniego non ha ricevuto una risposta in tempi compatibili con il progressivo aggravarsi della sua condizione”. Durissime anche le parole di Marco Cappato. “La Regione Friuli-Venezia Giulia ha di nuovo, dopo Martina Oppelli, negato l’aiuto medico alla morte volontaria a una persona che avrebbe invece avuto diritto ad essere aiutata a morire a casa propria”, ha affermato. “Oggi ci autodenunciamo per chiedere che sia fatta giustizia. La Procura della Repubblica di Trieste è tenuta ad accertare le responsabilità della morte sia di Martina Oppelli che di Lucia: o siamo colpevoli noi che le abbiamo aiutate ad andare in Svizzera, oppure chi le ha negato l’aiuto in Italia è responsabile di averle costrette a sottoporsi alla ulteriore tortura di un viaggio di centinaia di chilometri in condizioni di sofferenza insopportabile”.

Gli attivisti

Accanto a lui, gli attivisti che hanno accompagnato la donna ricordano le ore trascorse insieme durante quel viaggio. “Dopo il caso di Martina Oppelli ho deciso di unirmi a Soccorso Civile perché ritengo sia una atrocità ciò che le persone sono costrette a subire”, ha detto Antonella Lauvergnac. “Mentre la politica fa melina per interessi di parte, le persone continuano a soffrire, e a volte a morire, in attesa di vedere pienamente riconosciuto il diritto ad autodeterminarsi”, ha aggiunto Matteo D’Angelo. “Per questo disobbediamo, mettendo a rischio la nostra libertà personale, con viaggi estenuanti soprattutto per le persone malate”.

Lucia è la decima persona accompagnata in Svizzera dall’Associazione Luca Coscioni nell’ambito di un’azione di disobbedienza civile. Ma dietro i numeri resta la storia di una donna che avrebbe voluto concludere la propria vita nella sua città e accanto al marito. E resta soprattutto il ricordo custodito dal figlio, quello degli ultimi istanti trascorsi insieme. Un addio consumato lontano da casa, dopo giorni di attesa imposti dalla procedura svizzera, e una videochiamata difficile con l’uomo con cui Lucia aveva condiviso una vita intera. “Confido che questa nostra testimonianza possa fare riflettere, cambiare i punti di vista e aiutare chi soffre nel più scuro silenzio” ha scritto Paolo.

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