“Il Regno Unito non si è mostrato compatto nel rispetto delle restrizioni. Dall’Italia, al contrario, ho percepito maggior senso di responsabilità e prevenzione attiva del cittadino”. A parlare è Stefano Cortellini, medico veterinario romano a Londra da oltre dieci anni. Nei mesi di lockdown ha visto un’Inghilterra diversa: non si aspettava i ritardi nelle misure di contenimento né che queste non fossero prese sul serio da tutti. “Consideravo questo paese sensibile alla valutazione dei rischi e della salute pubblica, quindi ho vissuto con stupore le reazioni nei confronti del Covid-19. Ci sono stati episodi sporadici – ammette – dove l’iniziale indifferenza inglese sulla situazione in Italia è stata frustrante”.

Stefano ha lasciato l’Italia nel 2009, con una laurea in Medicina veterinaria all’Università di Perugia e due anni e mezzo di esperienza fra tirocini e impieghi retribuiti poco o niente. Dopo aver messo sul piatto le prospettive professionali incerte e l’assenza di percorsi di specializzazione per la sua categoria, è volato in Inghilterra, dove ha ottenuto un diploma americano ed europeo in Emergenza e Terapia intensiva veterinaria, che in Italia non esiste. Oggi lavora in una delle strutture più prestigiose al mondo: l’ospedale universitario Royal Veterinary College di Londra. “A volte penso che il Regno Unito mi abbia viziato: qui la qualità di vita è molto alta e si parte dal presupposto che bisogna porre il veterinario nelle condizioni di poter lavorare al meglio, lasciandogli anche del tempo da vivere”. Nella capitale britannica oggi ha una vita stabile, una serenità lavorativa e una famiglia, costruita con sua moglie, italiana. Si era abituato a stare lontano da casa ma con la certezza di poter prendere un volo e riabbracciare i suoi cari in poche ore quando la nostalgia si faceva troppo forte, ma la pandemia ha stravolto questi equilibri: “Io e mia moglie non siamo riusciti a vedere le nostre famiglie per un anno. E ora siamo consapevoli di non poterle riabbracciare per un altro anno. Uno dei motivi per cui abbiamo scelto Londra erano proprio i collegamenti rapidi con l’Italia, quindi questo ci pesa”.

Nei primi mesi della pandemia, quando il nostro paese era avanti nei contagi rispetto al resto d’Europa, non è stato semplice trovare un equilibro tra la preoccupazione per la salute dei familiari e quella per le mancate misure nel Regno Unito. “Qui – racconta Stefano – le restrizioni sono state più leggere e i messaggi istituzionali a volte contraddittori. Quando il presidente Sergio Mattarella ha risposto a Boris Johnson non poteva rendermi più orgoglioso”.

Covid a parte, però, Stefano è felice di vivere nel Regno Unito, una scelta presa per prospettive che in Italia gli erano precluse: “In questo Paese – spiega – i veterinari hanno una dignità professionale riconosciuta già dopo la laurea. Qui la categoria è tutelata, c’è rispetto per la professione e per gli orari, e uno stipendio adeguato fin da subito”. Un altro mondo rispetto al nostro: “In Italia si dà poco valore ai neolaureati e ci sono molti ostacoli alla formazione specialistica. Qui si cerca di dare supporto e responsabilità ai giovani, anche per non lasciare inascoltato il loro entusiasmo di cambiare le cose”.

Stando ai dati elaborati nel 2019 dall’Associazione nazionale dei Medici veterinari (Anmvi), il Regno Unito è in assoluto la meta prediletta dai veterinari italiani: lo hanno scelto in 660 su 1330 formati in Italia ed emigrati in un altro paese Ue. Per Stefano, la necessità di andare via è scattata quando ha scelto di intraprendere il percorso d’oro per la medicina animale: la Residency, un percorso europeo e internazionale di specializzazione di 4 anni, che unisce lavoro e ricerca. Esiste in Europa, ma in Italia non è ancora diffuso: “Qualche ateneo sta iniziando a proporlo ma sono ancora molto pochi”. Strano. Il nostro paese infatti è una delle nazioni con il maggior numero di facoltà veterinarie, ma una delle pochissime a non prevedere percorsi internazionali né di studio né di avviamento al lavoro, e questo non favorisce né chi vorrebbe partire né chi vorrebbe tornare.

Anche grazie alla lingua, in Inghilterra l’ambiente è di respiro internazionale e i professionisti di tutto il mondo si trasferiscono per restare: “La cosa che apprezzo degli inglesi è che hanno la capacità di valorizzare tutti quanti, a prescindere da dove vengano. Questo dà una motivazione in più alle persone che lasciano il proprio paese”. Tutto malgrado Brexit: “In Uk – spiega Stefano – hanno capito che il problema non è solo formare specialisti ma anche tenerseli”, dice, ma le differenze sono a monte: “Nel Regno Unito l’Università investe molto sui neolaureati. Qui a un giovane se è valido si dà fiducia: è tra i fattori che più hanno influenzato la mia scelta”. È un peccato che il nostro paese non prenda esempio: “La realtà professionale veterinaria in Italia è tra le più vivaci in Europa. Servirebbero però più risorse per valorizzare studenti preparati e motivati”.

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