“Le persone e il Pianeta prima dei profitti”. È la richiesta che Greenpeace Italia sta facendo al governo in occasione della discussione sul Recovery Plan in Parlamento. Le rivendicazioni sono state lanciate da un gruppo di attivisti che la mattina del 10 dicembre hanno sfidato il Tevere in piena per appendere uno striscione sul Ponte Sant’Angelo, a Roma.

L’organizzazione ambientalista si dice fortemente preoccupata dal fatto che una parte importante dei fondi europei destinati alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica possano finire a finanziare piani dalla dubbia utilità, promossi da realtà annoverabili tra le responsabili dell’emergenza climatica in corso. Tra i progetti maggiormente criticati da Greenpeace c’è il piano di Cattura e stoccaggio di CO2 (CCS), a Ravenna proposto da ENI.

“Con il Recovery plan si sta decidendo sul futuro di tutte e tutti noi”, dichiara Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “Questi soldi devono servire a tutelare le persone, i lavoratori, le piccole e medie imprese e non le grandi multinazionali inquinanti, responsabili dell’emergenza climatica i cui devastanti impatti sono visibili in questi giorni in Italia. Il governo smetta di dare soldi pubblici a chi brucia il Pianeta”.

“Sappiamo che c’è un collegamento molto stretto tra la pandemia e la distruzione dell’ambiente – conclude Giannì – Abbiamo visto come le vittime della pandemia siano legate a questioni ambientali come l’inquinamento. Questa pandemia ci impone di ripensare il nostro modello socioeconomico, la nostra normalità non era nomale”.

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