In libreria “Lo straccio rosso” di Vauro con Francesco Aliberti. Un dialogo sul comunismo tra pubblico e privato che diventa l’autobiografia di un comunista in forma di intervista, con la prefazione di Luciano Canfora. FqMagazine anticipa una parte del capitolo “Una storia inattuale”, dedicato agli amici e ai maestri, come don Andrea Gallo, Pietro Ingrao e il suo pensiero su papa Francesco. Intervista di Francesco Aliberti.

Facciamo un salto, lasciamo la politica e andiamo agli amici, alle amicizie. Chi era don Gallo?
La prima cosa che direi, proprio per l’amicizia, l’amore che mi lega a questa persona, è che era un prete. Senza metterci nessun aggettivo vicino, non ci metterei né scomodo né rivoluzionario, né comunista. Perché conoscendolo bene io so quanto era per lui fondamentale l’elemento religioso, l’essere prete.

Da agnostico, vi capivate?
Credo che io, da agnostico, ateo, laico, riuscissi a capirlo perché lui era una persona che nella propria fede riusciva a trovare una forza, intendo proprio forza fisica, un’energia, una motivazione che lo metteva a riparo dal pericolo, sempre costante che io vivo sulla mia pelle, della disillusione che porta al cinismo, al disinteresse, alla delusione. Don Gallo credo abbia vissuto non so quante delusioni e disillusioni fortissime perché era un uomo con un’empatia formidabile. Non so quanti tossici delle sue comunità siano tornati a bucarsi o abbiano commesso crimini, quanti rapporti personali – perché lui aveva una rete di rapporti personali, una rete meravigliosa – siano falliti, e quindi quanti motivi avrebbe potuto avere per gettare la spugna. Ma non l’ha mai fatto! Quello che mi colpiva di lui è che non gli è mai venuto in mente mentre a me, che faccio molto meno, questa tentazione o questo lassismo per lo meno due o tre volte al giorno mi bussano.

Hai mai invidiato la sua fede?
Detto francamente, da ateo, io ho invidiato la sua fede proprio come la benzina, il serbatoio inesauribile della sua capacità di entrare nei panni dell’altro, di comunicazione, di non stancarsi. Io a volte passavo con lui le nottate.

Mi racconti un episodio che ti viene in mente, una cosa che hai passato con don Gallo che ti ricordi, di cui avete parlato, che avete fatto?
È un po’ difficile perché io ne ho ricordi a fiume. Lui era un fiume, ti immergeva. Non travolgeva perché aveva sempre rispetto, non era un fiume in piena.

Mi ricordo che ti passava la sua sciarpa rossa.
Sì, mi nominava cardinale. Tutte le volte che avevamo un incontro pubblico mi passava una sciarpa. Io ho una collezione di sciarpe rosse che conservo gelosamente, una non ce l’ho più perché la misi sulla bara di Pietro Ingrao, d’accordo con la famiglia, come un saluto a chi questo rosso se lo meritava. Credo che quella sciarpa sia sepolta con Ingrao.

La sciarpa di don Gallo è finita nella tomba di Ingrao?
Sì, esatto. La cosa che aveva, e che ci univa molto, è che era un uomo allegro, spiritosissimo.

È vero, divertente. Quando battezzò mio figlio Andrea chiese a tutti i credenti di alzare la mano, l’alzarono in molti. Subito dopo chiese a tutti i “credibili”, come testimoni di fede, di alzarla. Non l’alzò nessuno.
Era un istrione, faceva spettacolo consapevole di farlo. Mi ricorda San Francesco il giullare di Dio, anche lì c’è una fede che non è la mia certamente, però ripeto, l’ho invidiata moltissimo. Era una fede capace di diventare divertente. Se c’è una cosa lontanissima dal giullare di Dio è l’inquisitore, il moralista o il confessore inflessibile e rigoroso. C’era una libertà nel modo di vivere la fede di don Gallo che spesso non ho trovato, quasi mai nei cosiddetti laici, incluso il sottoscritto.

Avete scritto un libro insieme.
Ne abbiamo fatti più di uno insieme. Io stesso mi ritrovo a scoprirmi delle rigidità che non sono affatto allegre e queste rigidità lui non ce le aveva.

Ricordo quando venne eletto papa Francesco, don Gallo aveva delle grandi speranze, gli piaceva, me lo disse. Tu cosa pensi del papa?
Io sono stato tra i più diffidenti all’inizio di questo pontificato, anche perché sono un po’ anziano e ho visto troppi entusiasmi all’habemus papam. L’ho anche attaccato perché c’erano dei sospetti, che sembravano anche abbastanza motivati, del suo comportamento in Argentina come vescovo e poi cardinale nel tempo della dittatura di Videla, la faccenda con i due gesuiti che erano stati arrestati, credo. Quindi ero partito con una forte diffidenza e sicuramente anche con una dose di pregiudizio. Poi è cambiata radicalmente la mia valutazione su questo uomo perché veramente per certi versi ricorda particolarmente don Gallo. Trovo, nel silenzio totale degli intellettuali e della cultura in Italia, solo le parole del papa, parole che spesso sono incredibilmente oscurate, sulla questione degli ultimi o dei poveri, sulla questione del capitalismo finanziario. Bergoglio è intervenuto molto su questo, sulla questione dei migranti. Il suo rifiuto di ricevere Salvini, ti dicevo, mi ricorda una specie di schiaffo di Anagni.

Questo non ha precedenti recenti ?
Io ricordo questo. Non ne ho altri. Trovo che il suo messaggio, che sicuramente è un messaggio evangelico, abbia tanto più in questo silenzio della cultura, un’importanza formidabile, addirittura per me a volte è rasserenante. Penso che ci sia ancora un respiro di umanità. Trovo che questo papa abbia messo l’umanità al centro della religione, sicuramente. Ripeto, io non sono religioso ma questo non vuol dire che non possa vivere, come un elemento di grande importanza, il fatto che la più alta carica religiosa metta l’uomo al centro del proprio interesse, al centro della cultura e della religione stessa.

Insomma, ti piace.
Io amo molto questo papa, diciamo la verità. Poi, sai, se ho criticato finora la ricerca del leader sarebbe ridicolo se io dicessi che questo papa è il mio leader. Ovviamente ci sono posizioni di cui non condivido una parola. Penso all’aborto considerato omicidio e ad alcune posizioni della Chiesa, posizioni che credo nessuno sia obbligato a sposare. A meno che non ci siano ministri che vadano a strani convegni.

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