La classifica rischia di diventare un serio problema. Non tanto per il futuro prossimo, quanto per quello remoto. Perché nonostante i sei miseri punti raggranellati in nove partite, il Torino non dovrebbe avere troppe difficoltà a risalire la china. Più per demeriti altrui che per meriti propri. A spaventare davvero sono invece i discorsi che dovranno essere aperti a fine anno. Perché le ambizioni di questo Toro sembrano essere terribilmente sottodimensionate rispetto a quelle del suo capitano. A 26 anni (ne compirà 27 il prossimo 20 dicembre), Andrea Belotti si trova in una fase molto delicata della sua carriera. Quella in cui deve dimostrare una volta per tutte se è più vicino al bomber straordinario fatto vedere sotto la gestione Mihajlovic, quando realizzò 26 reti in campionato (e due in Coppa Italia), o il buon attaccante da 15-16 gol visto con Mazzarri.

Un primo indizio è arrivato da questo avvio di stagione. In 8 presenze Belotti ha realizzato 7 centri. L’ultimo a riuscirci era stato addirittura Francesco Graziani. E da allora sono passati 44 anni. Un successo personale che non viaggia di pari passo con quello collettivo. Così quello di oggi sarà un derby piuttosto triste per il Gallo. Perché questa stracittadina fotografa ancora una volta la subalternità del Toro rispetto alla Juventus. Un divario che sembra essere in continua espansione. In poco più di 12 mesi i granata sono passati dal mare aperto dell’Europa League (sogno solo sfiorato, visto che i granata sono stati eliminati ai playoff) alle acque limacciose della lotta per non retrocedere. In questo inizio di campionato la squadra di Giampaolo assomiglia molto alla Spedizione perduta di Sir John Franklin, che nel 1845 partì con due navi per esplorare l’Artico canadese alla ricerca del passaggio a nord-ovest salvo poi essere sorpresa, intrappolata e distrutta dai ghiacci.

Un avvio di stagione da legge di Murphy dove tutto sta andando storto e che rischia di portare a fondo il capitano del Toro, di limitarne la crescita, non risolvere mai gli interrogativi sul suo valore reale. Ad avvertirlo del pericolo, tre anni fa, era stato Christian Vieri. “Deve andare il prima possibile in una grande squadra per compiere un ulteriore salto di qualità”, aveva detto l’ex attaccante a Sky. Giusto, solo che quel centravanti cresciuto con il mito di Shevchenko aveva dovuto fare i conti con il proprio successo. Gol e prestazioni maiuscole avevano fatto lievitare il costo del suo cartellino fino a quota 100 milioni di euro. Almeno secondo Urbano Cairo. Una cifra che nessun club aveva avuto il coraggio di offrire. Il Tottenham si era spinto fino a toccare la cinquantina, poi aveva ringraziato e si era chiamato fuori.

Così adesso il presidente del Torino si trova a gestire una situazione piuttosto complicata. La pandemia ha corretto al ribasso le cifre (folli) del calciomercato (secondo Transfermarkt ora il valore del cartellino è di 35 milioni di euro). Il rischio, piuttosto serio, è quello di trasformare Belotti in un lusso per una squadra come il Torino, in un prigioniero che non può cambiare aria per una sovrapposizione di fattori. “Se posso spararla grossa dico che mi piacerebbe un giorno indossare la maglia del Real Madrid“, aveva raccontato ai tempi del Palermo. Ora che le merengues hanno fatto altre scelte, il calciatore non ha nessuna intenzione di finire a scaldare la panchina in un top club. “Io in una big che fa le coppe? Bisogna valutare bene, a 360 gradi, quale sia la cosa giusta per me – aveva detto l’attaccante qualche tempo fa – Non basta andare in una grande squadra se poi vai in panchina. Quindi la condizione è andare in una grande per fare il titolare? Certo”.

Un incastro non esattamente semplice, visto che al momento le big del campionato non possono garantirgli lo status di intoccabile. Alcune per vastità della rosa, altre per via di un investimento che sarebbe troppo oneroso per le proprie tasche. Ma non finisce qui. Perché Belotti è impegnato anche in un’altra partita. Quella per la maglia azzurra. Le difficoltà di Mancini nel trovare un centravanti titolare per la sua Nazionale gli stanno lasciando aperto uno spiraglio, ma questo non significa che il Gallo avrà occasioni illimitate, anzi. Un primo grande problema riguarda la sua esperienza internazionale. In carriera il Gallo ha giocato appena 6 partite in Europa League (e ha segnato addirittura 6 reti). Peccato, però, che si sia trattato solo del turno preliminare per l’accesso alla seconda competizione Uefa, un percorso culminato con l’eliminazione del Toro nel playoff contro il Wolverhampton. Poi più niente. In Nazionale le cose non vanno poi meglio. In 31 partite l’attaccante ha segnato 10 reti. Un bottino tutto sommato interessante se non per un unico, piccolo, dettaglio: Belotti ha trovato il gol solo contro squadre non di primissimo piano. Si parla di Macedonia, Liechtenstein (4 reti in 3 partite), Grecia (doppietta nello stesso incontro), Arabia Saudita e Bosnia (2 centri in altrettanti match). Un po’ poco per un attaccante chiamato a fare la differenza. Per completare il suo percorso di crescita e capire la sua vera dimensione, dunque, il Gallo avrebbe bisogno di un club che gli consenta di fare esperienza nelle competizioni europee, lì dove l’asticella della competitività si alza sensibilmente. E poco importa se il Toro è diventato la sua seconda casa. Perché, come diceva Andrea Pazienza, “amore è tutto ciò che si può ancora tradire“.

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