La provincia di Varese è una delle più colpite della Lombardia. Più di mille contagi al giorno e oltre novecento ricoveri negli ospedali di tutta la zona. E inizia a esserci anche un allarme nei forni crematori della zona: “A Varese non ricevono più salme, non ci stanno più – racconta Renzo Oldani, titolare di un’impresa di onoranze funebri – e così da oggi dovranno portare delle salme fuori anche in Piemonte”. Ma l’obiettivo primario, come ha ribadito negli scorsi giorni il sindaco di Varese Davide Galimberti, è quello di “alleggerire la pressione ospedaliera”. In quello del Circolo in 24 ore si consumano oltre 15mila litri di ossigeno, la quantità che in tempi ordinari si usava in una settimana. E così da lunedì a Solbiate Olona è stato allestito dal Corpo d’armata di reazione rapida della Nato un check point clinico avanzato gestito da Areu per alleggerire il flusso di ambulanze. Qui arrivano pazienti Covid in codice verde che vengono dimessi o trasportati negli ospedali di Bergamo o Brescia. “Un flusso che si è invertito rispetto alla prima ondata” racconta la responsabile dell’Aat 118 Varese, Sabina Campi. L’altra arma a disposizione è la medicina territoriale. In Valcuvia, a Brenta, due medici di famiglia si sono ammalati e il sindaco ha lanciato un appello per gli oltre diecimila cittadini della zona che al momento gravitano solamente su tre persone. A Cocquio Trevisago, Danilo Centrella, medico e sindaco del paese, ha promosso uno screening di massa con i test antigenici “per provare a bloccare la contagiosità dei soggetti che non hanno ancora manifestato i sintomi”. E c’è chi come la cooperativa Medici Insubria a novembre ha monitorato oltre mille pazienti Covid a distanza: “Si è parlato tanto di medicina del territorio – spiega la dottoressa Giovanna Scienza – ma adesso bisognerebbe iniziare a farla. Abbiamo perso qualche possibilità durante l’estate? Probabilmente sì”

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