La rigida cultura del lavoro tipica del Giappone, caratterizzata da orari prolungati e da tradizioni legate alla presenza in ufficio, sta compromettendo la diffusione dello smart working nella Nazione asiatica. Il Covid-19 ha imposto ovunque nel mondo una modifica agli spostamenti, arrivando a indicare il telelavoro come soluzione migliore per evitare il rischio contagio negli uffici e nei mezzi pubblici. Ma a Tokyo, dove l’ultima metropolitana giornaliera all’una di notte è di solito colma di lavoratori appena usciti dalle aziende, modificare la routine imposta dai datori di lavoro non si sta rivelando facile. Come riporta il quotidiano nipponico Asahi Shimbun, già a luglio il ministro dell’economia Yasutoshi Nishimura aveva chiesto alle aziende di consentire al 70% dei propri dipendenti di passare al telelavoro, di incoraggiare il pendolarismo scaglionato e fare in modo che i lavoratori si astengano dal cenare insieme in grandi gruppi.

Il paese del Sol Levante deve fare i conti con usanze che pretendono la presenza negli uffici. Ad esempio l’utilizzo dei tradizionali timbri hanko, necessari per convalidare diversi documenti ufficiali, dai contratti alle ricette mediche, è indissolubilmente legato allo stare alla scrivania. Riunioni prolungate, straordinari non pagati e dedizione estrema ai propri superiori che alcuni storici fanno risalire al periodo Meiji di fine ‘800, sono altri fattori che tengono legato il Giappone ai ritmi del secolo scorso. “Voglio che tutti i ministeri compilino una revisione completa delle loro procedure amministrative nel prossimo futuro”, ha detto il primo ministro Yoshihide Suga, successore di Shinzo Abe, al fine di avviare una digitalizzazione dei servizi. Un paradosso per uno Stato che viene visto dal resto del mondo come tecnologico e all’avanguardia, anche se ciò non è del tutto vero. Oltre ai timbri, il fax è un altro strumento presente negli uffici che è tuttora molto usato dalle aziende giapponesi, costringendo gli impiegati a recarsi spesso sul posto di lavoro.

Di recente, un’immagine diventata virale sui social descrive al meglio la situazione: il grattacielo di Google a Tokyo ha tutte le luci spente già alle 18, mentre gli altri palazzi nelle vicinanze, che ospitano aziende giapponesi, mostrano ancora le luci accese fino alle 22 e oltre. Fra le ditte locali virtuose spicca la celebre Fujitsu che in un comunicato stampa ha parlato di new normal per i propri lavoratori: “Circa 80mila dipendenti dei nostri stabilimenti in Giappone inizieranno a lavorare principalmente da remoto. Fujitsu prevede che ciò non solo migliorerà la produttività, ma segnerà anche un cambiamento fondamentale dal concetto rigido e tradizionale di pendolarismo”.

Come nel resto del mondo, i contagi da Covid-19 in Giappone sono in crescita, anche se la consuetudine locale di indossare mascherine che precede la recente pandemia ha contribuito a limitare i casi (al momento circa 108mila contagiati su 125 milioni di cittadini). Il telelavoro forzato giova ai trasporti della popolosa capitale: gli affollatissimi treni della metropolitana di Tokyo, che di solito devono fare affidamento su addetti “spingitori” per far entrare ogni passeggero nei vagoni, sono meno frequentati. Ma l’aspetto forse più importante è che le iniziative governative e di alcune multinazionali per favorire il lavoro agile sono riuscite a far iniziare un dibattito sulle condizioni di vita tipiche dei salaryman, i colletti bianchi nipponici. Se il resistente legame all’ufficio sarà allentato, come richiede la risposta al Covid-19 e come vorrebbe la maggior parte dei lavoratori (secondo un sondaggio di Japan Productivity Center, oltre il 60% delle persone intervistate desidera continuare a lavorare da casa dopo che la pandemia si sarà attenuata), la cultura del lavoro in Giappone è destinata a subire uno shock che potrebbe cambiare le abitudini dell’intero Paese.

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