Gli sviluppi della vicenda giudiziaria avranno un effetto sulla trattativa per la cessione di Aspi? Probabilmente si ma altrettanto probabilmente non in maniera sostanziale. Il nodo, come si sa, è quello del prezzo. Cassa depositi e prestiti (in sostanza il governo italiano) con il supporto del fondo statunitense Blackstone e dell’australiano Macquaire hanno offerto ad Atlantia circa 9,5 miliardi per rilevare Autostrade per l’Italia. L’offerta è stata per ora respinta al mittente. Atlantia è controllata al 30% dalla famiglia Benetton ma tra i soci forti ci sono anche pesi massimi della finanza internazionale come il fondo sovrano di Singapore o HSBC e, soprattutto, c’è il fondo inglese The Children Investment che ha opzioni per salire fino al 20% dell’azionariato ed è particolarmente agguerrito nella difesa dei suoi interessi.

Dov’eravamo rimasti? L’ultima offerta di Cdp e soci è di 9,5 miliardi di euro per il 100% di Autostrade. Significa che ad Atlantia, che ne controlla l’88%, andrebbero poco meno di 8 miliardi e mezzo e ai soli Benetton circa 2,5 miliardi. La società valuta però congrua un’offerta che sia più alta di almeno un miliardo mentre il fondo Tci reputa coerente con i valori di mercato una proposta superiore agli 11 miliardi di euro.

Perché il prezzo potrebbe variare? Fondamentalmente i nodi in sospeso sono due. Il primo è il piano economico finanziario del gruppo che è oggetto di trattativa tra ministero dei Traspoirti e la società. In sostanza il piano deve definire quanto deve investire la società per la manutenzione e lo sviluppo della rete autostradale che ha in concessione e di quanto può aumentare i pedaggi nel corso degli anni per finanziare questi interventi. Aspi ha proposto un incremento al casello dell’1,75% l’anno. Un incremento giudicato eccessivo dall’Autorità per i trasporti. La parola definitiva spetta comunque al ministero dei Trasporti, la vicenda giudiziaria aumenta in qualche modo il potere contrattuale del Mit. Verosimile che ci si accordi su aumenti leggermente più contenuti, di poco al di sotto dell’1,7%. Sembrano piccoli numeri ma significano una diminuzione dei ricavi di circa un miliardo e mezzo di euro nei prossimi 8 anni. Una volta che verrà definito il piano sarà anche possibile stimare con maggiore precisione il valore complessivo della società.

L’altro punto caldo è quello della manleva, ossia l’accordo per cui Atlantia dovrebbe farsi carico di ulteriori risarcimenti per il disastro del ponte Morandi che dovessero essere decisi dai tribunali, anche dopo la cessione di Aspi. Atlantia sinora ha sempre respinto questa richiesta, ritenendo sufficienti i 3,4 miliardi stanziati per tutte le voci attinenti al “dossier ponte”, dai risarcimenti alla ricostruzione. Ma di fronte a intercettazioni che inchiodano il management della società alle proprie responsabilità, la richiesta di una condivisione dei rischi risarcitori si rafforza. In gioco ci sarebbe fino ad un miliardo di euro.

Le incognite che gravano sulla trattativaSullo sfondo c’è Bruxelles che deve ancora pronunciarsi sulla congruità con le normative europee delle modalità con cui sta procedendo la trattativa Cdp-Atlantia. Il punto cruciale per la Commissione è che l’operazione avvenga nel rispetto delle logiche di mercato. Atlantia ha tempo fino al 30 novembre per decidere se accettare la proposta avanzata da Cdp. Ma non è da escludere che la Cassa si muove per presentare una nuova proposta ribassata. A meno che il tavolo salti e ci si infili nel tunnel della revoca delle concessioni. Il governo a questo punto avrebbe qualche freccia in più al suo arco ma il contenzioso rimane lungo e dagli esiti non certi. L’andamento in borsa della società delle ultime48 ore, con un calo forte ma non drammatico, suggerisce che i mercati si attendano una possibile revisione peggiorativa dell’offerta ma non con variazioni radicali.

@maurodelcorno

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