È la discoteca in spiaggia diventata famosa nell’estate del 2019, quando Matteo Salvini chiedendo “pieni poteri” faceva cadere il governo di Giuseppe Conte. Adesso il Papeete di Milano Marittima torna agli onori della cronaca. Il Gip del Tribunale di Ravenna, su richiesta della Procura, ha disposto un sequestro preventivo per equivalente da circa 500 mila euro sulle due società che gestiscono il Papeete e Villa Papeete. In entrame le società una partecipazione significativa appartiene a Massimo Casanova, amico di Salvini ed eletto dalla Lega all’Europarlamento nel 2019. Casanova non è coinvolto nella vicenda non essendo amministratore delle due società citate nell’indagine.

La misura, come riportato dalla stampa locale, è scattata quale sviluppo dell’inchiesta della Guardia di Finanza coordinata dai Pm Alessandro Mancini e Monica Gargiulo sulla Mib Service, società ravennate specializzata in consulenze nel settore ristorazione e intrattenimento già destinataria a metà giugno di analogo provvedimento per 5,8 milioni di euro, poi sensibilmente ridotto ad agosto in sede di riesame dal Tribunale di Ravenna che aveva però confermato l’ipotesi di associazione per delinquere tratteggiata dagli inquirenti per le tre persone al vertice societario.

Nelle stesse motivazioni, il Tribunale aveva fatto cenno al profitto illecito realizzato in tesi d’accusa dalle singole aziende, sparse in più regioni italiane, che secondo l’accusa poteva aver tratto vantaggio dall’uso delle fatture considerate false per un ammontare complessivo tra il 2013 e il 2017 stimato in 5,6 milioni di euro distribuiti su 122 contratti. Non è escluso insomma che analoghi sequestri possano scattare anche per altre società che avevano stipulato contratti con Mib e i cui legali rappresentanti risultino di conseguenza indagati per uso di fatture relative a operazioni considerate inesistenti.

Per quanto riguarda la legale rappresentante di Papeete e Villa Papeete, difesa dall’avvocato Ermanno Cicognani, ha già presentato richiesta di riesame del sequestro. L’inchiesta del nucleo di polizia economico-finanziaria delle Fiamme Gialle era partita da una verifica fiscale sulla Mib, srl nata nel 2010 con il dichiarato scopo di affiancare gli imprenditori nella gestione delle loro attività e che invece, secondo l’accusa, avrebbe virato verso un collaudato sistema per frodare il fisco attraverso un complesso sistema di assunzioni ritenuto fittizio. Ovvero, prosegue l’accusa, una “società di comodo, strutturalmente inesistente”, una”cartiera evoluta” creata per la “commissione di attività illecite”: cioè abbattere reddito ai fini delle imposte, detrarre Iva, beneficiare di sgravi previdenziali. Ipotesi respinte dalle difese che hanno sempre sostenuto la piena legalità dei contratti stipulati.

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