“Ho lavorato in call center, rispondevo anche a persone anziane che dicevano ‘lei è un delinquente non mi chiami più‘”. Gué Pequeno a Le Iene racconta tutto, o almeno una buona parte, della sua vita. L’intervista è breve ma il ritmo c’è (a maggior ragione considerato l’intervistato) e così scopriamo che ha cominciato con lavori vari, tra i quali anche in un call center ma che ha potuto fare ben presto “una professione della sua passione”. 39 anni, non si considera “troppo vecchio per fare il rapper perché vende ancora” ed è “tra i più pagati ma non il più pagato”. Poi arriva quella che possiamo definire (non senza un certo sarcasmo che Gué, siamo sicuri, apprezzerà), una ‘chicca di filosofia’: “Per anni il rap è stato scacciafi*a. Poi le varie veline hanno cominciato a dire ‘ah ma il rap è figo, scopiamo*i anche i rapper’ e quindi adesso figurati…”. Gué racconta di essere attualmente single, di non credere alla monogamia, di avere avuto una storia lunga 7 anni (la famosa crisi del settimo anno ha colpito pure lui). E nei camerini del suo concerto non c’è niente che ci si aspetti: “Pensa che io porto mia mamma, il vero king deve essere lucido e io no sempre ci sono riuscito purtroppo”. Il rapper vive in Svizzera ma dice di pagare le tasse sia qua che là e, pur non essendo negazionista e auspicando l’uso della mascherina, dice: “Come vanno a vedere le partite distanziate, come fanno i comizi con 30mila persone, perché non si può fare un concerto?“.

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Musicisti e spettatori sono dentro bolle di plastica: ecco il concerto live anti-Covid di una band americana – Il video

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