L’app Immuni, ideata per limitare la diffusione del Covid 19 attraverso il contact tracing (quando un utente scopre di essere positivo al virus, allerta anonimamente le persone con le quali è stato a contatto), l’hanno scaricata, al 21 ottobre scorso, 9.229.190 italiani (22.796 le notifiche inviate e 1.134 gli utenti positivi). Numeri decisamente bassi rispetto alle aspettative.

D’altra parte è stato un fallimento piuttosto prevedibile, visto che nel nostro Paese l’approccio alla tecnologia informatica è decisamente limitato: secondo i dati Istat 2020, 16.185.000 italiani sopra i 6 anni non usano Internet e la maggioranza di loro ha più di 60 anni. Su cento over-65, infatti, “quasi il 70% non naviga in rete e non ha alcuna dimestichezza digitale”. E (incredibile nel 2020!) le donne che non usano la rete sono molte più degli uomini: 5.8 milioni di donne over 65 a fronte dei 3.6 milioni di uomini della stessa fascia d’età.

Per di più, quasi 4 milioni di queste donne (i dati salgono percentualmente al sud) non ha alcun titolo di studio o al massimo la licenza di scuola elementare. A volte, mi pare che un po’ tutti non ci si renda conto della situazione in cui, ancora oggi, si trova il nostro Paese. Con buona pace dell’alfabetizzazione che portò avanti il maestro Alberto Manzi in tv negli anni ’60 con il suo Non è mai troppo tardi, corso per adulti analfabeti. E non parlo di analfabetismo di ritorno o di analfabetismo culturale di certi programmi-televisivi-spazzatura, quello è tutto un altro triste discorso.

Ma non basta: un ulteriore serio handicap di Immuni è l’essere scaricabile (da App Store o Google Play, a seconda a che mondo informatico si faccia riferimento) solo su modelli di cellulare successivi al 2014 (non sto parlando di preistoria digitale…). Per esempio, se si possiede un iPhone 6 (un cellulare con tutte le carte in regole, come anche il 5 che ho usato splendidamente finché non mi è finito per terra in mille pezzi, e se non si vuol essere modaioli a tutti costi, o semplicemente ce lo si possa permettere – ognuno spende i propri soldi come gli pare – lungi da me fare il moralista…) la app non è scaricabile.

E allora come mai, mi chiedo, lo smartphone più venduto nei primi sei mesi del 2020 è l’iPhone 11 di Apple, costo fino a oltre 1000 euro per il modello Pro (dati Omdia Smartphone Model Market Tracker)? Pare ne siano stati vendute oltre 37 milioni di unità. Forse il dato è spiegabile in base alla mitica legge del pollo: c’è chi se ne compra due o tre, chi neppure uno.

Se possiedi, dunque, un 6s, per Apple, o successivi modelli, invece, sì. Puoi scaricare Immuni. Stesso discorso per Android: devi avere una versione 6 (Marshmallow, API 23) o superiore. Sul sito ufficiale di Immuni si avvisa la gentile clientela: “aggiorna” iOS o Android “all’ultima versione disponibile prima di effettuare il download” dell’app. Il che equivale a: comprati un telefonino nuovo e più recente.

Ma, aggiunge il sito di Immuni: “Si tratta di una tecnologia condivisa a livello internazionale (Germania, Giappone, Olanda e decine di altri paesi al mondo ne fanno uso) che permette all’app di funzionare al meglio sulla maggioranza dei dispositivi. A causa di limiti tecnici, questa tecnologia non è disponibile su versioni precedenti di iOS, Android e Google Play Services. Se le cose dovessero cambiare, ne daremo immediata comunicazione”.

A oggi, però, le cose non sono cambiate. Non è che tutti, in questi tempi di crisi e casse integrazione, più o meno arrivate nelle tasche dei richiedenti, siano disposti a sborsare quelle cifre. È la marxiana obsolescenza, bellezza, per parafrasare la nota battuta di Hutcheson-Humphrey Bogart ne L’ultima minaccia di Richard Brooks.

Ma c’è di più: gli anziani, la categoria più esposta al contagio, usano molto gli smartphone “basici” di facile utilizzazione, quelli con grandi tasti e facilità operativa (quelli pubblicizzati in tv con lo sport di Cappuccetto rosso, tanto per fare un esempio…). Ebbene, anche su questi cellulari Immuni non è scaricabile.

Non è che tutto ciò non sia mai stato scritto, ma fa un po’ rabbia che nel blob di talk show informativi che ci travolge quotidianamente nessuno ribadisca il concetto della non-scaricabilità di Immuni per i telefonini “più poveri”. Si parla invece della polemica di Immuni che violerebbe la privacy (ridicolo, se pensiamo quanto siamo quotidianamente tracciati a ogni piè sospinto…).

S’era anche discusso (ma poi la cosa è finita, giustamente, nel dimenticatoio) di rendere Immuni obbligatoria per tutti gli italiani, il che, al di là delle problematiche costituzionali, sarebbe equivalso a comprare un cellulare di recente generazione a tutti. Mica male come regalino da parte del governo.

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