Sono morti a distanza di poche ore. Lui, Enzo Mari, il genio ribelle del design, lei, Lea Vergine, critica d’arte altrettanto ribelle. Entrambi ricoverati al San Raffaele, hanno contratto la “bestiaccia” del Coronavirus. Ieri mezza pagina di necrologi sul Corriere dedicati a lui, oggi nella cerimonia dell’addio si sono aggiunti quelli per Lea.

Che lei si sia lasciata morire dopo aver appreso della morte del marito è una bella fantasticheria romantica. Lea a quanto ne so sarebbe stata da qualche giorno intubata e priva di conoscenza. O, forse, c’è di mezzo la mano divina che li ha voluti inseparabili fino alla fine.

Lea era napoletana, infanzia tormentata di cui, in controluce, si intravedevano spigoli nel suo carattere rigoroso, aspro, facilmente irritabile. Fu cresciuta dai nonni. Divenne il suo modello di vita la sua insegnante di italiano del Liceo Umberto. Quando li portava a casa per le correzioni, i temi di Lea erano bellissimi, li sbirciava la figlia Giovanna Mozzillo, la quale sarebbe diventata romanziera. Scrisse Le Alghe di Posillipo, e Lea, che nel frattempo si era trasferita a Milano con Mari, nel leggere il libro, a distanza di molti anni, riconobbe la sua veneratissima professoressa, telefonò a Giovanna, prese un aereo e andò a trovarla. Da lì nacque un’amicizia solida durata tutta una vita.

Lea si sposò giovanissima con uno psicologo: Adamo Vergine, più vecchio di lei, non bello e secondo me cripto gay. Con Mari fu colpo di fulmine e d’intelletto. Dopo la denuncia di concubinaggio (anche Mari era sposato), da parte del portiere a cui Enzo rimbrottava di diffondere nel condominio odore di salsiccia, si sposarono. Ma dell’amore Lea diceva: “E’ pura illusione. Dopo i primi mesi diventa solo sopportazione”.

Rimase sempre una donna fuori dagli schemi. Provocatoria nei suoi scritti: “L’arte non è una faccenda per persone perbene”. Le mancava Napoli e Lea mancava a Napoli.

Laura Valente, presidente della Fondazione Madre, aveva già pronta per lei l’onorificenza di “Matronato alla Carriera” (rimandata causa Covid). Nell’ultima chiacchierata telefonica con l’amico e critico d’arte Vincenzo Trione si era fatta promettere: “Mi porti a Napoli a mangiare gli spaghetti con le vongole vicino al mare?”.

Ci mancherà il suo monito: “L’arte non è necessaria, è il superfluo. E’ quello che ci rende felici è il superfluo”.

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