“Scrivi, scrivi, scrivi. Alla fine ho scritto. Perché non è stato difficile capire come si fa un diario. Sono venuto a vederlo nei libroni alle spalle della maestra. Erano tutti usciti in giardino. E mi sono messo a farlo questo diario. Cominciando da quello che succede durante il giorno e pure dai pensieri che mi vengono”. Quando capita tra le mani il romanzo di un “collega”, perlopiù che si conosce, si vive sempre qualche attimo di incertezza nel recensirlo. Solo che con Annacuccù (Castelvecchi), l’esordio nel romanzo di Primo Di Nicola, ex direttore de Il Centro, oggi senatore della Repubblica, siamo di fronte a qualcosa di ben più ricercato di un voglino narcisistico letterario.

Lo stralcio di vita dell’undicenne Cosmo, nel’anfratto paesano abruzzese di Riosogno, è un giacimento antico e prezioso di parola e narrazione che in molti momenti della lettura lascia addirittura sorpresi. Romanzo di formazione e storia di disobbedienza civile allo stesso tempo, Annacuccù è ritmato dai suoni, delle allitterazioni, delle onomatopee, dalla lingua apparentemente scaglionata, impervia, sassosa, di un io narrante ragazzino che osserva, descrive, riporta fedelmente, in certi punti, l’autore non ne vorrà, quasi giornalisticamente, gli accadimenti socio-antropologici del paesino in questione.

Cosmo divide tematicamente le sue pagine abbozzate tra le pulsioni improvvise e non del tutto a lui comprensibili per la coetanea Luce (ma anche per la Suorina e altre signore dei dintorni) con lo sguardo attento, sensibile, ingenuo rispetto al brusio adulto fatto di bestemmie e tradizioni, di violenza e gesti apotropaici, che gli ronza intorno. E non sono cose di poco conto. Perché Isso, colui che a Riosogno “comanda”, ha deciso, tra le mille prepotenze e nefandezze che è in grado di compiere, di deviare il corso di un fiume lasciando mulini e campi di contadini e montanari, tra cui quelli che danno sostentamento alla famiglia del protagonista, senza più acqua vitale. Come se non bastasse ci si mette pure il terremoto. E quando Isso, un vero cattivo dickensiano, farà demolire comunque la casa della famiglia del protagonista, ergendosi a difensore dei più forti e più ricchi (“Pensavo fossimo tutti figli di Dio e protetti dalla patria, pensavo che sarebbero venuti e che ci avrebbero ascoltato. Per la casa che ci negano e per il fiume che ci levano, per le prepotenze di Isso e le disgrazie che ci inguaiano. Invece ci sono quelli più figli degli altri, che Dio si porta in cuore anche se non lo meritano”), ecco che Cosmo si vendicherà compiendo un gesto inatteso (il “focaraccio”) che sembra uscito dalle ultime pagine di Tocaia Grande di Jorge Amado.

Annacuccù ha lo spirito di ribellione acceso sul fuoco della vendetta sociale e Di Nicola è in grado di trascinare dietro e dentro la vicenda politica, la pulsione scabra e ruvida di un mondo contadino che vuole simboleggiare l’universalità delle ingiustizie. Le preghiere alla Madonna, i muli che “filano carichi e schiumanti”, quella lunga e articolata descrizione degli uomini, mulattieri, minatori, zappaterra e taglialegna, che tornano in paese dopo la fatica del lavoro in montagna, raffigurano un mondo antico più come dolente poetica cinematografica di un Giuseppe Tornatore che un j’accuse letterario alla Ignazio Silone (Fontamara è comunque nume tutelare, pietra lontana di paragone, ma mai terra di saccheggio).

“Carta paglia” e “carta gialla”, l’autore infine condensa, fonde, scioglie la prospettiva storica nel filtro volutamente spurio di uno sguardo di bambino che si fa ragazzo, quel martellante desiderio di scrivere, di raccontare e documentare, steso sul letto di fianco, con una luce fioca quando tutti in casa dormono. Quasi per sfrondare un destino, quello del lavoro in montagna, stalla, paglia, fieno, basti, funi e ferri, oltre i quali Cosmo sembra intravedere nemmeno del tutto convinto lo studio in collegio. “Erano freddi gli occhi, bianchi sembravano, di ghiaccio”, cadenza sicuro Di Nicola, rimescolando le carte della sintassi, baluginando un uso continuamente inatteso e posticipato del verbo nella costruzione della frase. Annacuccù è un romanzo inusuale, rurale, terragno. Sfida vinta tra tante scontate opere prime su carta senza una stilla di sudore versata nello sforzo di “usare” non banalmente la lingua italiana.

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