Quando quest’estate, dopo un campionato sospeso e ripreso in extremis, la crisi del Covid, i calciatori in cassa integrazione, gli stadi chiusi, erano fallite “solo” tre squadre, quasi un record positivo rispetto alle defezione degli ultimi anni, i vertici del pallone avevano esultato: “Il sistema sta tenendo”. In realtà in Serie C sta succedendo di peggio. Nella difficoltà i club si scoprono vulnerabili, esposti alla mercé di speculatori e avventurieri, finiscono in strani giri societari e finanziari di cui nemmeno le istituzioni che dovrebbero vigilare riescono a venire a capo. Così la Serie C diventa un campionato dove le squadre scompaiono a stagione in corso, a volte si auto-eliminano ancor prima di cominciare a giocare.

DOPO IL TRAPANI, IL LIVORNO – È già successo al Trapani: dopo l’addio dell’ex patron Petroni (già coinvolto in un caso di doppia proprietà, come rivelato dal Fatto, che poi si è risolto in un nulla di fatto per la Figc), la squadra nelle mani del nuovo proprietario Gianluca Pellino non è riuscita nemmeno a presentarsi in campo nelle prime due giornate ed è stata esclusa dalla Lega. Adesso la nuova emergenza si chiama Livorno. In estate si è chiusa la lunga era Spinelli, con lo storico patron amaranto che ha passato la mano, mantenendo un piccolo 10%. Nella proprietà ora figura Rosettano Navarra, ex presidente del Frosinone attivo nel settore dei rifiuti. Più altre tre società: si scrive Sicrea, Tkm, La Lucentissima, nomi di aziende qualsiasi, si legge Banca Cerea, istituto con sede in provincia di Verona nella cui orbita quest’estate sono entrate non una, ma due società. Anche il Carpi, oltre il Livorno. Lo schema è lo stesso: la banca ha “finanziato” l’ingresso dei nuovi proprietari, per una quota in entrambi i casi vicina complessivamente al 70%. Che cosa ci facesse un piccolo istituto di credito veronese dietro due piazze importanti della Serie C, lontanissime dal Veneto, non è chiaro. Non si è ben capito come siano stati scelti gli imprenditori, né a che titolo siano stati finanziati, con quante risorse. Perché.

IL “MISTERO” CEREA – Il presidente della Banca, Luca Mastena, d’altra parte non è solo nella sua avventura. In qualità di consulente (così lo presenta), è accompagnato da Roberto Lamanna, figlio di Alfio noto politico genovese, già noto al mondo del pallone: è sotto la sua gestione che è retrocesso (dopo aver accumulato 21 punti di penalizzazione) e fallito il Cuneo nella stagione 201/2019. I requisiti di onorabilità della Figc dovrebbero servire proprio ad impedire il ritorno di chi ha precedenti simili, ma lui formalmente non ha alcun ruolo nelle due società (anche se è capitato di vederlo in sede). Nel Cda degli amaranto siede pure come vicepresidente (nonché socio al 18%) Silvio Aimo, di cui vecchi articoli di giornale ricordano un breve nel Parma dell’infelice (per usare un eufemismo) gestione Manenti.

A UN PASSO DAL BARATRO – Se qualcuno s’illudeva che con questi presupposti si potesse fare calcio, si sbagliava. Il Livorno è sull’orlo del baratro. Le due nuove anime della proprietà, Navarra da una parte, gli imprenditori legati a Cerea dall’altra, non si sono mai trovate, fra accuse reciproche di non rispettare gli impegni economici presi (Navarra sostiene che Cerea non ha versato la sua parte) e tentativi di colpi di mano in Cda, sotto lo sguardo del vecchio Spinelli, che non sembra intenzionato a salvare una volta di più il club. Sta di fatto che il termine per presentare la fideiussione da un milione di euro per coprire il calciomercato è scaduto e così i nuovi acquisti non potranno essere tesserati: al Livorno resta una manciata di giocatori in rosa, più i primavera, per affrontare il campionato, con Navarra che minaccia di portare libri (e soci) in tribunale. Di qui a fine ottobre serve un altro milione di euro per rispettare le scadenze sui pagamenti: se non si troverà, scatteranno i primi punti di penalizzazione. Ma bastano due partite non disputate per essere esclusi. In Toscana c’è chi è convinto che il triste conto alla rovescia sia già cominciato.

DA CARPI A VERCELLI – Al Carpi storia simile, ma finale diverso, almeno si augurano i tifosi. Nemmeno qui la presenza di Cerea ha trovato una vera spiegazione, ma dopo analoghi problemi societari l’ex presidente Morelli è stato messo in minoranza dagli altri soci, che hanno preferito recedere il legame con la banca. Spostandosi più nord, c’è un altro club che ha sollevato qualche interrogativo: la Pro Vercelli in estate è passata nelle mani di una cordata rappresentata dal direttore sportivo Alex Casella, che avrebbe dovuto poi annunciare i reali proprietari. Il cda è stato poi effettivamente definito: alla presidenza il manager dei rifiuti Franco Smerieri, come ad lo sponsor Paolo Pinciroli. Ma la società non è intestata a nessuno di loro, e nemmeno al ds, bensì alla compagna di quest’ultimo, Anita Angiolini (che fino a poco tempo fa risultava domiciliata in Bulgaria).

LE FALLE DI COVISOC, LEGA E FIGC – Da anni tifosi e appassionati si chiedono se tutto questo sia normale. Di sicuro è possibile, visto che gli strumenti messi in campo da Figc e Leghe si sono dimostrati del tutto inefficaci, sia sul piano del controllo dei passaggi societari, sia su quello delle verifiche dei conti. “Al momento dell’iscrizione erano in regola, altrimenti non avrebbero potuto iscriversi”, è la frase che viene ripetuta ogni qualvolta si verifica un nuovo caso. Una tautologia che non basta a tenere in piedi i campionati, né aiutano le continue deroghe concesse dalla FederCalcio per non far sparire troppi club (quest’estate con la scusa del Covid si voleva addirittura eliminare l’obbligo di fideiussione, come rivelato dal Fatto). L’unica buona notizia è che con la regola introdotta dopo lo scandalo Pro Piacenza, l’esclusione scatta dopo solo due rinunce. L’agonia dura poco, ma è una magra consolazione.

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