Filippo Taddei, ex civatiano, poi responsabile economia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi, è entrato in Goldman Sachs con il ruolo di executive director e economista senior per l’Europa meridionale. E’ stato uno dei principali ispiratori del Jobs Act, la riforma del lavoro che dal 2015 ha tra l’altro abolito l’articolo 18 cancellando, per chi è stato assunto dopo il varo della legge, il diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo. In precedenza era stato capolista a Bologna nella lista di Pippo Civati, di cui ha contribuito a scrivere la mozione per la candidatura alla segreteria poi vinta da Renzi.

Taddei, classe 1976, macroeconomista con Ph.d alla Columbia, dal 2011 ha insegnato alla School of Advanced International Studies (SAIS) della John Hopkins University a Bologna. La carriera accademica comprende consulenze per Citibank, Fiat e la Banca Mondiale, il premio Young Economist Award dalla European Economic Association (2006) e la Lamfalussy Fellowship dalla Banca Centrale Europea nel 2012-13. Nel 2013 risultò però “non idoneo” al concorso per l’abilitazione a professore associato di Politica economica perché la commissione del Miur giudicò “non ancora sufficiente” il numero di pubblicazioni scientifiche e titoli.

In Italia il passaggio da ruoli politici ai ranghi della banca d’affari statunitense e viceversa, ricorda La Verità, ha una storia lunga che coinvolge nomi eccellenti. Mario Monti è stato international advisor di Goldman dal 2005 al 2011; Romano Prodi ci è passato tra 1990 e 1993, dopo l’Iri e prima di Palazzo Chigi e della presidenza della Commissione Ue; Mario Draghi dal 2002 al 2005, dopo essere stato dg del Tesoro e prima di Bankitalia e Bce, è stato vicepresidente e membro del comitato esecutivo.

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