È stato un dibattito più contenuto e civile rispetto a quello della settimana scorsa tra Donald Trump e Joe Biden. È stato un dibattito che non cambia il corso della campagna elettorale. I due candidati vice, Mike Pence e Kamala Harris, si sono scontrati alla University of Utah di Salt Lake City su Covid-19, sanità, economia, giudici, riforma della giustizia, rapporti con la Cina, clima. Come prevedibile, Pence ha svolto il suo compito in modo diligente. Ha difeso Trump e l’amministrazione per la gestione dell’emergenza sanitaria. Ha attaccato Biden e i democratici soprattutto su tasse e lavoro. Ha di nuovo, come peraltro aveva già fatto il presidente, evitato di dire se i repubblicani accetteranno l’esito del voto. Harris ha invece ricordato il suo passato da procuratrice distrettuale in California. È stata efficace sulla questione della sanità. In un’ora e mezzo di botta e risposta, è apparsa molto chiara una cosa: queste elezioni sono e saranno soprattutto un referendum sulla gestione da parte di Trump dell’emergenza coronavirus.

Si dice spesso che i dibattiti televisivi tra i vice non muovono molti voti. Con ogni probabilità, sarà così anche questa volta. E del resto la percentuale di indecisi, a 26 giorni dal voto, è ormai molto bassa: secondo alcuni sondaggi, intorno al 6 per cento. Il dibattito di Salt Lake City doveva servire soprattutto a una cosa. Chiarire meglio le figure dei vice, in un’elezione che vede il confronto tra i due candidati più anziani della storia americana: Biden 77 anni, Trump 74 anni (e una diagnosi di Covid alle spalle). Da questo punto di vista, lo scontro di ieri sera è stato utile. Ha confermato quello che già si sapeva su Mike Pence: solido, disciplinato, non particolarmente fantasioso, non particolarmente dotato in termini di retorica, capace di veicolare il messaggio di Trump in modi più civili ma non meno radicali. Harris era invece alla sua prima vera prova pubblica da candidata. È apparsa aggressiva ma ha evitato certe asperità dialettiche tipiche del passato (e della sua formazione di magistrato). Soprattutto, ha continuamente messo “Joe” al centro del dibattito; forse per prevenire le critiche dei repubblicani, che puntano a rappresentare l’anziano Biden come “ostaggio” della ben più radicale Harris.

In generale, il dibattito è parso andare ancora una volta nel senso desiderato dai democratici. Il vero problema, per Trump è i suoi, è a questo punto cambiare il corso della campagna elettorale. In modo ormai pressoché costante i sondaggi di queste settimane rivelano le difficoltà di Trump, persino in Stati come la Florida e l’Arizona che sembravano più facilmente alla sua portata. L’ultimo sondaggio CNN mostra Biden in vantaggio su Trump di ben 16 punti. Per questo, la campagna repubblicana ha assolutamente bisogno di un cambio di narrazione. Per questo, Donald Trump sta disperatamente cercando di trasformare la sua diagnosi di Covid in una opportunità che lo risollevi dalla tanto contestata gestione della pandemia. Di qui lo sforzo per minimizzare l’emergenza, definendo il Covid-19 “un’influenza” e chiedendo agli americani di non aver paura e continuare normalmente con la loro vita.

Non è un’impresa facile per Trump, come dimostra il dibattito di ieri sera. I momenti migliori di Harris sono stati proprio quelli in cui ha attaccato Trump e Pence sul coronavirus. La democratica è partita subito all’attacco. “Avete mentito… Sapevate da gennaio che sarebbe stata una crisi devastante… Il popolo americano è stato testimone del più grande fallimento di un presidente e di un’amministrazione nella storia del nostro paese”, ha detto. Trascurando una domanda dell’intervistatrice – Susan Page di USA Today – che le chiedeva quali sono i piani di Biden contro il coronavirus, Harris ha continuato citando gli oltre 210 mila morti americani e spiegando che “la gente ha già dovuto fare troppi sacrifici per l’incompetenza di questa amministrazione”. Pence è rimasto freddo ma senza molti argomenti. Ha negato di aver mentito e a Page, che gli chiedeva perché l’amministrazione abbia organizzato la cerimonia di nomina della giudice Amy Coney Barrett senza rispettare alcuna misura di sicurezza, il vice presidente ha balbettato qualcosa sulla “resilienza e sul sacrificio” del popolo americano, spiegando che “il lavoro del presidente degli Stati Uniti continua”. Non molto, a dire il vero, da chi ha diretto la task-force sul virus dell’amministrazione.

Un altro momento particolarmente felice di Harris è venuto sull’Affordable Care Act, la riforma sanitaria di Barack Obama. Parlando degli sforzi di Trump per cancellarla, Harris ha guardato dritto in camera e detto: “Se avete delle condizioni pre-esistenti, se avete malattie di cuore, diabete, cancro al seno, stanno venendo a prendervi. Se volete bene a qualcuno con problemi di salute, stanno venendo a prendervi”. È stato forse il momento più forte per la candidata democratica, che è apparsa sicura anche sulla questione della perdita di credibilità internazionale degli Stati Uniti. “C’è un sondaggio del rispettabile Pew Research Center – ha detto – che mostra che il presidente cinese Xi Jinping è più apprezzato nel mondo del presidente degli Stati Uniti”. Non è mancato l’appello di Harris a una maggiore giustizia razziale dopo i casi di George Floyd e Breonna Taylor: “Ho manifestato pacificamente perché in America non avvenga mai più”. E non è mancata l’orgogliosa rivendicazione del suo essere la prima donna nera nella storia degli Stati Uniti a far parte di un ticket presidenziale. Il tema di genere è poi emerso in un altro dettaglio significativo. In almeno un paio di occasioni, quando Pence l’ha interrotta, Harris ha puntigliosamente replicato: “Signor vice presidente, sto parlando. Sto parlando”.

Meno incisiva è apparsa Harris sulle questioni economiche – che non sono mai state il suo punto di forza. La democratica non è per esempio riuscita a spiegare esattamente come la riforma fiscale di Biden si differenzierà da quella di Trump. In difficoltà è sembrata anche sul Green New Deal, un radicale piano di investimenti ambientali che lei appoggia e che Biden non ha fatto proprio: in particolare, Harris era per il bando al fracking che Biden vuole conservare. E ancora poco chiara è stata sulla questione del possibile aumento del numero di giudici alla Corte Suprema, nel caso i repubblicani dovessero andare avanti con la nomina di Barrett. Questo è invece stato il vero punto di forza di Pence, che ha esaltato le doti di giurista e di credente della giudice. In modo molto abile, il vice presidente ha anche evitato di rispondere a una domanda sul diritto di aborto. “Cosa vorrebbe che il suo Stato, l’Indiana, decidesse sull’aborto?”, gli ha chiesto l’intervistatrice. Pence non ha risposto, preferendo tessere le lodi di Barrett.

L’evasione rispetto alle domande più imbarazzanti è del resto una caratteristica ben conosciuta di Pence (l’ha riconosciuto anche Trump: “Quando gli fanno una domanda, Mike riesce a non rispondere e a parlare per cinque minuti di altro”). Il vice presidente è apparso fermo nella difesa dei risultati dell’amministrazione: nell’emergenza sanitaria, nella creazione di posti di lavoro – “dopo che l’amministrazione Obama ci aveva lasciato in una situazione di profonda recessione” – nella difesa degli interessi americani all’estero (in particolare, con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme). Due momenti della sua performance sono stati particolarmente significativi: quando si è rifiutato di definire i cambiamenti climatici “un’emergenza”; e quando ha evitato di dire se questa amministrazione accetterà un’eventuale sconfitta elettorale. “Prima di tutto, penso che vinceremo. E poi, senatrice Harris, il suo partito ha passato gli ultimi tre anni e mezzo a cercare di ribaltare il risultato delle ultime elezioni”. Per il resto, Pence ha spesso ripetuto affermazioni non provate del suo presidente: come quella secondo cui, entro la fine dell’anno, arriverà sicuramente un vaccino.

Per alcuni, lunghissimi, minuti, una mosca è rimasta a ronzare e camminare sui capelli bianchissimi di Pence. Lui, a riprova del sangue freddo e delle sue capacità di controllo, non ha fatto una piega e ha continuato nel dibattito. Chiuso alla Casa Bianca, intanto, Trump twittava in modo compulsivo. “Mike ha vinto alla grande”, scriveva. O ancora: “Lei è una macchina da gaffe”. Poche ore prima, in un video, il presidente aveva detto che la malattia “è stata una benedizione divina” e che “una cura” per il virus è stata trovata. Non è ovviamente vero, ma il presidente ha disperatamente bisogno che una narrazione più favorevole salvi la sua campagna elettorale. Il dibattito tra i due vice, ieri, non gliel’ha fornita.

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