Presto orfano di entrambi i genitori, Olu è sorpreso dalla guerra civile in Liberia a quindici anni. Assieme ad un lontano parente che lo accoglie e alleva, partono per salvarsi in Costa d’Avorio il secolo scorso, nel 1990. Poi tutto solo va in cerca di fortuna dopo aver vissuto per qualche tempo in un campo profughi. Attraversa se stesso e insieme vari Paesi dell’Africa Occidentale. Passa in Ghana, nel Togo, il Benin e poi si avventura prima nel Sahel e poi nel Sahara per completare infine la sua avventura in Libia, dove lo afferra l’altra guerra.

Dal 2011 e fino al 2015 si trova nel Paese devastato dalla guerra Nato che porterà all’eliminazione del colonnello Gheddafi e una sanguinosa guerra civile. Il suo sogno di raggiungere l’Italia svanisce con la complicità delle milizie che lo imprigionano e torturano per arraffare i soldi che aveva messo da parte per il viaggio in mare.

Porta nelle gambe e nello spirito le cicatrici delle torture subite durante la sua detenzione. Nel 2015 percorre il deserto a ritroso fino a Niamey dove sopravvive in modo informale nei quartieri della capitale dove più facile è trovare i migranti di ritorno. Olu contatta l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, Oim, perché decide, nel timore, di tornare al suo Paese natale dopo trent’anni: la seconda vita.

Olu è un nome assai popolare del popolo Yoruba in Nigeria ed è il diminutivo di Oluwa, che in lingua Yoruba significa “Dio, divinità o signore.” In alcuni casi il nome diventa Oluwale che potrebbe significare “il mio Dio è tornato a casa.” Detto nome è usato come titolo regale o nobiliare, oltre che in Nigeria, in alcune zone del Benin e del Togo. Senza sapere ciò che il suo nome significa, ha deciso di chiamare Olu il suo secondo figlio e George il primo, entrambi nati durante il suo soggiorno in Costa d’Avorio e con i quali conservava un labile contatto telefonico ormai smarrito.

Non sa nulla, da anni, della madre dei suoi figli, incontrata nell’esilio dei campi per rifugiati e nei tentativi di intraprendere una vita normale. Del Paese lasciato da trent’anni non ricorda quasi nulla, solo gli sembra di esser nato e vissuto in Lofa County, una delle regioni della Liberia.

Molta della sua gente era, come lui, scappata più volte e abbandonato la zona forestale dove i gruppi ribelli andavano e venivano passando la frontiera con la Guinea. Quella di Lofa è gente tosta, caparbia, capace di organizzarsi e conservare legami comunitari anche nei momenti più difficili. Un popolo lavoratore in condizioni di vita complicate, nel mezzo di una densa foresta che la isola dal resto del paese.

La seconda vita di Olu comincia tra qualche giorno. La settimana prossima, se non ci saranno intoppi, un gruppo di migranti come lui saranno ricondotti in aereo al Paese. Si poseranno all’aeroporto Roberts International di Monrovia, che dista a una cinquantina di miglia dalla capitale. Dopo trent’anni Olu comincia la seconda vita e, non essendo più un bambino, alla vigilia del viaggio, prova un timore come di parto.

Ogni nascita o rinascita è sempre dolorosa, specie dopo aver vissuto la prima vita tra campi di rifugio, transiti senza destinazione, sogni infranti sulla riva del Mediterraneo e torture in Libia. Come tutti i coraggiosi Olu ha paura che non troverà una casa per alloggiare, gente con cui condividere la sua storia, il necessario per ricominciare a vivere dalla macerie accumulate nel tempo.

Nascere a quarantacinque anni non è semplice per nessuno, specie quando le cicatrici della vita sono solo in parte visibili. L’Oim, oltre organizzare il viaggio di ritorno, offre una somma di denaro ai migranti per iniziare un’attività generatrice di fondi. Olu non sa dove abiterà in attesa di ritirare il fondo promesso e non è sicuro di trovarsi nel Paese che l’ha abbandonato da tre decadi.

La politica, l’economia, le strade, i figli ormai grandi e chissà dove, un lavoro e soprattutto un futuro che lo rende indifeso e vulnerabile come un bimbo ormai adulto. Solo adesso Olu comincia a darsi una ragione del nome che porta da bambino senza mai averlo capito. C’è un signore che doveva tornare a casa.

Niamey, 4 ottobre 2020

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