È tornata di moda la questione “quota cento”. Questa volta non come opportunità da promuovere, ma come impedimento da rimuovere. Il Presidente del Consiglio è lo stesso, ma sono mutate le coalizioni a sostegno. Dunque, ciò che prima andava evidentemente bene, oggi va (almeno in parte) male, o comunque si presta ad essere rivisto, se non cancellato del tutto. Anche in questo caso, come su molti altri temi dell’attualità politica, può giovare fare un passo indietro per riflettere frigido pacatoque animo sulla questione di fondo. O sulla “ratio”, come direbbero i giuristi, di una riforma posta tra le priorità del governo Conte 1 e messa nel mirino del governo Conte 2.

Per riuscirci, dobbiamo evitare sia gli opposti estremismi dei due schieramenti sia quella sorta di presbiopia politica che ci induce a considerare una cosa “buona” se proposta dal nostro beniamino e – per converso e di default – “cattiva” quando sponsorizzata dal nostro avversario. Se partiamo da queste premesse, la diatriba sull’età “giusta” per andare in pensione diventa assai interessante. E la risposta è diversa a seconda del punto di vista.

Se ci mettiamo in un’ottica di puro “dare-avere”, di “bilancio dei conti”, di “spending review”, di “spesa sostenibile” eccetera eccetera, allora le soluzioni sono le solite: bisogna mandare in pensione la gente il più tardi possibile, bisogna equiparare l’età pensionabile tra uomini e donne, bisogna ridurre al minimo “tollerabile” gli importi degli assegni, privilegiando sempre e comunque il sistema contributivo su quello retributivo.

Questa, del resto, era l’agenda auspicata dal ticket Trichet-Draghi nella famosa letterina inviata al governo italiano il 4 di agosto del 2011: “È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012”.

Bene, ma se invece usciamo dalla prospettiva tipicamente neo-liberista e ordo-liberista, tutta tarata sulla mitologia del “risparmio pubblico”, dei “conti in ordine”, dei “compiti per casa” che cosa potremmo ricavarne? Si badi bene, non stiamo suggerendo qualcosa di inaudito e barbaramente populista. Anzi, ci richiamiamo all’allarme lanciato dallo stesso premier Conte qualche giorno fa (tutt’altro che morbido rispetto ai paradigmi da cui scaturisce la succitata missiva di Draghi): “Il capitalismo neoliberista è risultato inadeguato di fronte alle crisi e alla pandemia che ci ha colpito. Si va verso una nuova fase di mercato comunitario in cui l’economia deve andare di pari passo con la giustizia sociale”.

Questa dichiarazione del premier è in linea con l’unica stella polare in grado di guidarci, sul piano giuridico ma anche politico, in questi tempi malmostosi: la Costituzione. La quale, ad ogni piè sospinto, da ogni articolo e financo da ogni comma, ci parla di “giustizia”, di utilità e di finalità “sociali”. Se ri-partiamo da qui, allora lo scenario cambia, allora persino la filosofia sottesa a “quota cento” potrebbe essere rivalutata come un tentativo di riequilibrare, dal lato solidaristico, un dibattito sulle pensioni troppo sbilanciato su un versante brutalmente economicistico.

È ovvio che procrastinare l’età del congedo dal lavoro fa risparmiare quattrini allo Stato, ed è altrettanto palese che il sistema contributivo riduce, se non addirittura dimezza, l’ammontare del reddito spettante a un ex lavoratore. E tuttavia, dobbiamo chiederci se sia ancora lecito considerare la faccenda anche da un’altra angolazione. E cioè quella del diritto di un essere umano di potersi godere in discrete condizioni di salute e con un dignitoso emolumento mensile, un “tempo” finalmente e veramente libero. Almeno nella parabola conclusiva della propria esistenza.

È vero che la vita media si allunga, ma in quali condizioni si “vivono” gli ultimi anni di questa sbandierata “vita media”? A che vale la pensione conseguita quando non si è più, moralmente e fisicamente, in grado di trarne un autentico “beneficio”? Né per il corpo né per l’anima affaticati da decenni di un lavoro spesso usurante e quasi sempre alienante? Dunque, muoversi in una logica di “anticipo”, e non di procrastinazione, dell’età pensionabile non potrebbe considerarsi un obbiettivo più in linea con i diritti individuali e collettivi di costituzionale memoria?

E pure con l’esigenza di liberare spazi alle giovani generazioni, di riportare l’inizio dell’età lavorativa all’energia intraprendente dei ventenni anziché alla (attuale) disillusione precaria dei trentenni? Nel sistema c’è qualcosa che non va. Un modello che ci porta a lavorare sempre più tardi (e a essere licenziati sempre più presto e sempre più spesso) per poi mandarci in pensione in prossimità del funerale non può considerarsi “umano”. Anche se è, senza dubbio, conveniente.

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