Il 26 settembre prossimo il cardinale Michele Giordano avrebbe compiuto 90 anni. E a Napoli gli sarà tributato un grande omaggio a dieci anni dalla sua morte. In quella data, infatti, nella Basilica dell’Incoronata di Capodimonte dove è sepolto insieme al diretto predecessore, il cardinale Corrado Ursi, si terrà l’ottava edizione del Premio cardinale Michele Giordano. Sarà un momento di festa, presieduto dal cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, che si appresta a lasciare dopo quattordici anni la guida della più grande diocesi del Sud Italia, e del presidente del riconoscimento intitolato al porporato lucano, il professore Fulvio Tessitore, ex senatore e ancora prima rettore dell’Università di Napoli Federico II.

All’evento sarà presente anche il professore Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. A essere premiati, in questa ottava edizione, saranno cinque libri che rappresentano l’eccellenza dell’editoria religiosa italiana dello scorso anno. Vincitore del premio è il testo La preghiera, la parola, il volto (Edizioni San Paolo) di Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione.

Secondo posto per il volume I soldi della Chiesa (Paoline) di Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana del quotidiano Avvenire. Terzo classificato Sul confine (Piemme) di monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ed ex segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. La giuria ha, inoltre, assegnato all’unanimità due menzioni speciali ai libri L’Europa di Papa Francesco (Libreria Editrice Vaticana) del filosofo Dario Antiseri e Il cuore parla al cuore (Libreria Editrice Vaticana) a cura di monsignor Giuseppe Merola.

Significativa è la frase del cardinale Giordano, per 19 anni alla guida dell’arcidiocesi partenopea, scelta per questa edizione del premio a lui intitolato: “Se la prima preoccupazione che una pastorale dell’indifferenza religiosa deve proporsi è suscitare l’interrogazione religiosa e il bisogno di incontrare Dio, è chiaro che la via da percorrere, oltre la coerenza della vita cristiana, è quella di mostrare agli indifferenti che il problema religioso è un problema vitale, anzi il problema stesso del senso della vita”. Una frase estratta dall’ultimo scritto del porporato lucano, terminato dodici giorni prima della sua morte, nel 2010, sull’indifferenza religiosa.

Un tema che il cardinale, già dieci anni fa, poneva innanzitutto all’attenzione della Chiesa, sia italiana che universale, e che è risuonato più volte sia nel magistero di Benedetto XVI sia in quello di Francesco. Proprio in questo spirito, Ratzinger istituì il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, affidato fin dalla sua genesi all’arcivescovo Rino Fisichella, sottolineando l’esigenza, sempre più pressante per la Chiesa cattolica, di annunciare nuovamente il messaggio del Vangelo nei Paesi anticamente considerati cristiani. Ma che oggi, come è evidente, hanno maturato un forte laicismo.

Ancora recentemente Bergoglio è tornato a ripetere che “anche le nostre comunità sono chiamate ad uscire dai vari tipi di confini che ci possono essere, per offrire a tutti la parola di salvezza che Gesù è venuto a portare. Si tratta di aprirsi ad orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo. La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita; e quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa. E perché queste malattie nella Chiesa? Perché non è in uscita. È vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura. Dio esce sempre, perché è Padre, perché ama. La Chiesa deve fare lo stesso: sempre in uscita”.

Lo sapeva bene il cardinale Giordano che, quando fu inviato da San Giovanni Paolo II a Napoli, nel 1987, iniziò la sua missione dal carcere di Poggioreale. Da quel luogo simbolo di tutte le periferie esistenziali tanto care oggi a Francesco e che il Papa non si stanca di indicare come luoghi primari dell’azione della Chiesa del terzo millennio cristiano. “Intendo promuovere – scrisse il cardinale Giordano nella sua prima lettera pastorale all’arcidiocesi di Napoli, datata 1988, che ha per titolo il suo motto episcopale, Sicut flumen pax tua – una cordiale amicizia con tutti gli abitanti del territorio della diocesi, credenti e non credenti, instaurando con essi, secondo le possibilità, un dialogo sincero, interessandomi fattivamente dei comuni problemi sociali, facendomi voce di chi non ha voce, stimolando i pubblici poteri, sostenendoli nel loro lavoro, denunciando ingiustizie e responsabilità”. Un programma attuale per ogni vescovo di oggi.

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