Man mano che si avvicina la prossima domenica mi sembra sempre più fittizia la contrapposizione cui, sia pure da opposte sponde, fanno riferimento sia i fautori del No che quelli del Sì.

Gli uni si stracciano le vesti di fronte a una possibile involuzione autoritaria nel segno del più bieco antiparlamentarismo, dimenticando che le radici della svalutazione e perdita di ruolo del Parlamento nell’attuale contesto storico sono ben più lontane e profonde e che si tratta di un processo in atto già da molto tempo. Gli altri esaltano il taglio dei parlamentari come una panacea che porterà a una risurrezione dell’istituzione rappresentativa per eccellenza, ma mi ricordano sempre più quel tale che per fare dispetto alla moglie decise di tagliarselo.

E’ bene invece ridimensionare nettamente la portata della pronuncia cui siamo chiamati domenica prossima, probabilmente la più inutile e capziosa consultazione referendaria tra tutte quelle che si sono svolte in Italia. Il popolo sovrano che respinse gli attacchi della destra clericale al divorzio e all’aborto, serrò la strada al nucleare e proclamò con forza e convinzione il principio della pubblicità dell’acqua in quanto bene fondamentale, si riduce oggi a decidere se vuole essere rappresentato da un certo numero di parlamentari anziché da un altro.

Si tratta in effetti della conferma del livello miserando cui è giunta oggi la democrazia in Italia e del discredito in cui rischia di finire definitivamente l’idea stessa di democrazia. Devo dare ragione a chi, come Alessandro Gentilini sul manifesto del 5 settembre, parla di trappola per i cittadini. Non credo ad ogni modo che questo referendum, come che vada, produrrà grandi rivolgimenti.

In un recente articolo pubblicato dal manifesto, Gaetano Azzariti, Maria Luisa Boccia e Franco Ippolito hanno avuto il merito di individuare la prospettiva più profonda dei problemi che continueranno a porsi, qualunque sia l’esito del voto, dopo il referendum di domenica prossima. Parlando a nome delle tre associazioni che dirigono (Salviamo la Costituzione, Centro per la Riforma dello Stato, Fondazione Basso), Azzariti, Boccia e Ippolito hanno ravvisato giustamente un pericolo nella spaccatura del fronte democratico introdotta dal presente referendum e hanno individuato con lucidità e intelligenza i veri nodi politico-istituzionali della fase che affronteremo dopo il suo svolgimento, quale che ne sia l’esito: introdurre una legge proporzionale per dare voce non ai partitini ma alla società civile nel suo complesso e restituire centralità al Parlamento, individuando correttamente il problema centrale nel “crollo della rappresentatività dei partiti politici”.

Del resto, anche se voterò No ispirandomi al detto popolare di cui sopra, mi rifiuto di credere che, tanto per fare due nomi significativi, Erri De Luca o Lorenza Carlassare, che hanno espresso una convinta adesione al Sì, siano meno democratici di altri. E confesso che mi fa abbastanza impressione notare come nello schieramento del No abbiano preso posizione autentici dinosauri pre-Tangentopoli, come pure il fatto che un’altra sostenitrice del No – e del più sfrenato neoliberismo – come Emma Bonino abbia voluto tacciare di “chavismo”, che nella sua ottica equivale al male assoluto, i sostenitori del Sì.

Per farla breve, grande è la confusione sotto il cielo senza che per questo la situazione possa definirsi eccellente, anzi. Mi pare che si tratti di una contrapposizione artificiosa che finisca per farci perdere di vista la vera posta in gioco, che è quella della costruzione di una democrazia partecipata nella quale finalmente il popolo italiano possa tornare ad esprimersi e riconoscersi come è stato nei momenti magici della nostra storia nazionale, primi fra tutti la Resistenza antifascista e l’Assemblea Costituente.

Quello che è certo è che, qualunque sia l’esito, questo referendum confuso e inutile non potrà essere usato contro il governo in carica, che attinge la propria legittimità, oltre che da un innegabile consenso popolare, da un ampio accordo tra forze politiche tra loro differenti ma che hanno identificato taluni contenuti programmatici. Le forze politiche, d’altronde, dovranno por mano alla rifondazione democratica del Paese per rilanciare il ruolo del Parlamento contro poteri forti occulti e palesi, e rendere sempre più l’azione di governo aderente ai bisogni e alla volontà del popolo italiano, fuori e contro ogni strumentalizzazione populista.

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