Telecom Italia dà vita a FiberCop, società in cui trasferisce la parte della sua rete telefonica che va dall’armadietto di strada fino alle case degli italiani. E si prepara così alla creazione della rete unica nazionale di telecomunicazioni. Con la benedizione di Cdp che tuttavia, dopo aver inviato all’azienda una lettera d’intenti, ha ricordato come l’eventuale fusione fra FiberCop e la rivale Open Fiber è “subordinata alle autorizzazioni da parte delle autorità regolatorie e di vigilanza e all’approvazione degli organi deliberanti degli attori coinvolti” come ha spiegato il presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini.

Per Telecom entra insomma nel vivo della partita per la nuova rete unica in fibra. Nel dettaglio, il consiglio dell’ex monopolista non solo ha dato l’ok alla nascita di FiberCop, ma ne ha anche ceduto il 37,5% al fondo statunitense Kkr per 1,8 miliardi. A questo punto, FiberCop, di cui Telecom resta l’azionista principale (58%) accanto a Fastweb (4,5%) e a Kkr, diventa per Telecom il riferimento per le nozze con la rivale Open Fiber, controllata da Cdp e dall’Enel. Non a caso il cda dell’ex monopolista ha anche dato il via libera alla firma di una lettera d’intenti con Cdp Equity (Cdpe) finalizzata proprio alla realizzazione di un più ampio progetto di rete unica nazionale (AccessCo). Di questa società, “Tim deterrà almeno il 50,1%”, mentre con “un meccanismo di governance condivisa con Cdpe sarà garantita l’indipendenza e la terzietà della società” come spiega una nota dell’ex monopolista che evidenzia come “sono previsti meccanismi di maggioranze qualificate e regole di controllo preventivo”. Secondo Telecom, i tempi per le nozze saranno peraltro molto stretti: il processo di due diligence dovrebbe essere ultimato entro fine anno per arrivare ad accordo di fusione entro il primo trimestre del 2021. Ma solo dopo che il conferimento da parte di Tim in FiberCop di un ulteriore ramo d’azienda corrispondente alla rete primaria funzionale alle attività operative della nuova società.

Nonostante l’ottimismo di Telecom, diversi osservatori ritengono che la strada per arrivare alla rete unica non sia tutta rose e fiori. Innanzitutto bisognerà trovare un accordo con l’Enel che non è disposta a svendere la propria partecipazione (50%) in Open Fiber. Su questo punto potrebbero essere decisivi i prossimi giorni: il fondo australiano Macquarie dovrebbe infatti formalizzare un’offerta per la partecipazione di Open Fiber in mano all’Enel attribuendo alla società della fibra il valore complessivo di 7 miliardi. Questa cifra potrebbe quindi rappresentare il punto da cui partire per la trattativa con Cdp che ha un diritto di prelazione sulla quota di Open Fiber dell’Enel. Ma che potrebbe anche accontentarsi di acquistare solo un ulteriore 10 per cento di Open Fiber, diventando il maggior socio dell’azienda presieduta da Franco Bassanini. Solo una volta concluso il riassetto interno ad Open Fiber, Cdp potrà iniziare a lavorare con Telecom al progetto della rete unica AccessCo con le nozze FiberCop-Open Fiber. Sullo sfondo restano poi i via libera delle autorità di vigilanza, non particolarmente favorevoli all’idea che la nuova società della rete sia controllata da un gruppo che vende anche servizi di telefonia ai clienti finali.

I nodi da sciogliere non mancano come ha segnalato anche l’ex numero uno di Telecom, Franco Bernabè, in un’intervista a La Repubblica del 31 agosto 2020. “Il via libera politico non basta. Non è scontata la creazione della rete unica”, ha spiegato il manager. Il motivo? “È una soluzione ardita per la quale si intende chiedere una valutazione preventiva ad Autorità che si sono già espresse contro i sistemi verticalmente integrati – ha chiarito Bernabé –. Questo trascura il fatto che le stesse Autorità non danno pareri preventivi ma decidono solo dopo la presentazione di un progetto compiuto in ogni suo aspetto e per decidere devono fare delle analisi di mercato”. Nella migliore delle ipotesi, l’intera operazione richiederà molto tempo, mentre andranno avanti i progetti di investimento sia di FiberCop che di Open Fiber duplicando inevitabilmente spese e pezzi di rete. Mentre, conclude Bernabé, “poteva essere sufficiente un accordo commerciale”. Nell’interesse del Paese che ha bisogno di sviluppare rapidamente la nuova infrastruttura di telecomunicazioni grazie anche ai soldi del Recovery fund. Ma non di Telecom che punta ad avere il controllo della nuova società unica della rete assicurandosi una posizione di peso sul mercato nazionale.

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