Telecom Italia in pressing sul governo per la creazione della rete unica. Obiettivo: mantenere il controllo della nuova infrastruttura che dovrebbe nascere dalla fusione del network dell’ex monopolista e della rivale Open Fiber, di cui sono soci Cassa Depositi e Prestiti – quindi il ministero dell’Economia – e l’Enel. Lo strumento di pressione è l’accordo raggiunto da Telecom, ma non ancora sottoscritto, con il fondo americano Kkr e con Fastweb in vista del consiglio di amministrazione (il 31 agosto) che dovrà decidere il da farsi. Fermo restando il via libera dell’esecutivo che ha in mano il golden power, i poteri speciali finalizzati a salvaguardare asset strategici per il Paese.

Nel dettaglio, l’intesa con Kkr prevede che Telecom trasferisca il pezzo di rete che va dall’armadietto di strada fino alle case degli italiani ad una nuova società, ribattezzata FiberCop, di cui sarà socio anche Fastweb. Contestualmente l’ex monopolista cederà il 37,5% della nuova azienda al fondo americano Kkr che ha messo sul piatto 1,8 miliardi. Denaro che potrebbe poi essere utilizzato dall’ex monopolista per abbattere l’ingente debito (26 miliardi netti). Successivamente all’intesa con Kkr, non è escluso che possano entrare in FiberCop anche Cdp e Enel portando in dote Open Fiber. Tutto questo però, nei desiderata di Telecom, dovrà avvenire lasciando almeno il 50,1% del capitale della nuova società nelle sue mani. E con Cdp che mette mano al portafoglio per crescere nel capitale di Telecom di cui ha già quasi il 10 per cento. L’ipotesi sulla quale si lavora è lasciare a Tim la maggioranza ma con una governance che preveda ad esempio il potere di veto per la Cassa.

Il punto però è che, secondo le valutazioni del fondo australiano Macquarie, l’intera Open Fiber vale almeno 7 miliardi, cioè più dell’intera FiberCop, ed è vicina al valore di Telecom (8,2 miliardi), secondo i prezzi di Borsa del 26 agosto. Inoltre, Bruxelles non è favorevole a lasciare il controllo della nuova società delle reti in mano ad un operatore verticalmente integrato, cioè una società che da un lato gestisce l’infrastruttura e dall’altro vende servizi di telefonia agli utenti finali al pari dei concorrenti. Non a caso quest’ultimo argomento sarebbe stato al centro dell’incontro di lunedì 24 agosto fra l’amministratore delegato di Telecom, Luigi Gubitosi, e l’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo.

Al momento le trattative con il governo sono molto serrate dopo che, con una mossa assolutamente inedita, lo scorso 4 agosto l’esecutivo aveva chiesto a Telecom di sospendere l’operazione con Kkr fino al 31 agosto. L’ex monopolista non aveva esitato a lasciare tempo al governo per sbrogliare la matassa che coinvolge circa 100mila lavoratori fra dipendenti Telecom e indotto. Ma, allo stato attuale, non sembra che la “proroga” sia stata sufficiente a trovare la quadra su una vicenda che affonda le radici negli errori della privatizzazione Telecom, realizzata negli anni ’90. Di conseguenza il 31 agosto, salvo colpi di scena, è estremamente probabile che il cda dell’ex monopolista perfezioni l’operazione con Kkr senza che ci sia già un chiaro progetto per lo sviluppo della rete unica.

Intanto i sindacati sono sul piede di guerra: Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno chiesto al premier Giuseppe Conte un tavolo di confronto sul tema dello sviluppo della banda ultralarga che sfrutterà anche il denaro del Recovery fund. “Le scelte che state compiendo in queste ore avranno dei risvolti sul progresso del Paese ma anche sulla tenuta occupazionale di un comparto strategico che, soprattutto in una fase economica quale quella che stiamo attraversando, potrebbe invece candidarsi ad essere volano di sviluppo ed occupazione”, hanno scritto in una lettera congiunta. “Siamo quindi certi che vorrà favorire in tempi rapidissimi un tavolo di confronto con le scriventi organizzazioni sindacali” hanno poi precisato evidenziando che il punto non è “resistere ai cinesi o agli americani”, ma il rischio concreto di nuovi tagli al costo del lavoro. “Le scissioni di cui si sente parlare in questi giorni, con la rete Tim che confluirebbe nella nuova società pubblica, e il resto dell’azienda che diventerebbe così un’azienda di servizi, aprirebbe la strada allo spezzatino di Tim ed al rischio consistente di migliaia di esuberi, il tutto senza creare davvero una nuova realtà che vada oltre la sola rivendita all’ingrosso di connettività”, hanno concluso i segretari generali Fabrizio Solari, Vito Vitale, Salvatore Ugliarolo.

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