Google si fa Università e dispensa titoli di studio? Non è proprio così ma ciò che sta avvenendo è comunque interessante e merita qualche riflessione. Già da qualche tempo Google organizza corsi online, della durata di 8-12 mesi con propri dipendenti in veste di istruttori, sulla piattaforma Coursera di Stanford University. I primi corsi ad essere stati lanciati sono nel settore della Information Technology. Perché lo fa?

Potrà sembrare strano ma anche negli Stati Uniti, non soltanto da noi, c’è carenza di competenze nei settori tradizionali dell’It e nelle nuove discipline del digitale. Il fenomeno è generalizzato nei Paesi occidentali ed è davvero preoccupante: uno studio di qualche anno fa di un’organizzazione vicina alla Commissione europea stimava che al 2020 la carenza di competenze nel digitale sia di circa un milione di addetti nell’Unione.

In passato, nel regime di globalizzazione spinto verso cui ci siamo diretti all’inizio del Millennio, questa penuria si faceva sentire poco, sia perché molte aziende arruolavano laureati provenienti dall’Estremo Oriente (specialmente dall’India che produce matematici di prim’ordine) sia perché molte produzioni ad alta tecnologia venivano spostate in Cina dove il costo del lavoro, anche intellettuale, è molto più basso. Paradossalmente, specie negli anni 2000, le multinazionali europee e statunitensi, finanziavano programmi di dottorato di ricerca in Cina (mentre non lo facevano più in madrepatria)!

Oggi lo scenario, quanto meno negli Usa, sta mutando. Prima sono venute le pressioni del governo affinché le aziende americane iniziassero a riportare certe produzioni in patria e, poi, è arrivata la pandemia di Covid-19. Quest’ultima ha improvvisamente prodotto disoccupazione a livelli preoccupanti e più di 40 milioni di americani hanno in poche settimane richiesto il sussidio di disoccupazione. Tuttavia, questa politica di sussidi ha avuto vita breve e già nel corrente mese di agosto si è praticamente esaurita.

Il nuovo piano di formazione di Google si inserisce in questo scenario e mira alla riconversione rapida di personale altrimenti destinato alla povertà. Molte imprese hanno chiuso i battenti e non riapriranno forse più. Il piano lanciato da Google lo scorso mese di luglio, quindi, si compone di due elementi: erogazione di borse di studio e emissione di certificati per quanti completino il breve ciclo didattico online (si parla tipicamente di 3-6 mesi di studio in tre settori: data analytics, program management, software).

Non esistono prerequisiti e, naturalmente, i certificati non hanno valore legale. Ma, si badi bene, nel sistema formativo americano, neppure la laurea ha valore legale e persino l’amministrazione dello Stato spesso assume senza che un titolo di studio rappresenti prerequisito. La Società americana è basata sul merito: nessuna rendita di posizione per nessuno!

I candidati che ottengono la “certification” di Google potrebbero trovare lavoro presso l’azienda che, per tutti gli altri diplomati, si impegna a fornire assistenza per trovare lavoro. L’iniziativa è assolutamente not-for-profit, anzi rappresenta un costo per l’azienda. E per lo studente? Vale oro! Che cosa ci insegna questa piccola (ma non troppo) vicenda?

Il mercato del lavoro americano è estremamente flessibile; non soltanto, come sappiamo, il lavoratore è disposto a spostarsi Coast-to-Coast, se necessario, per trovare lavoro o un lavoro migliore, ma è anche disposto a rimboccarsi le maniche per riconvertirsi.

Il digitale è trainante: oggi, specialmente per effetto della pandemia, cresce l’uso delle reti e delle applicazioni e dunque le aziende che operano nel settore generano utili: dunque danno lavoro (a chi se lo merita). Occorre perciò sapersi riconvertire in fretta.

I corsi online con piattaforme Mooc (Massive Open Online Courses) come Coursera della Stanford University rappresentano una soluzione molto efficace ed efficiente (un corso costa poche decine di dollari) per crearsi rapidamente una nuova professionalità immediatamente spendibile nel mercato del lavoro.

La flessibilità del mondo del lavoro americano è la vera spiegazione alla base del rapido riassorbimento della disoccupazione che si genera nelle fasi di crisi; anche un livello di disoccupazione a due cifre rientra in pochi mesi.Tutto questo non rappresenta una minaccia per l’Università che però dovrebbe apprendere la lezione.

Oggi, nel mondo dinamico in cui viviamo, i corsi di studio ingessati non avvantaggiano gli studenti e non spingono i docenti a provare nuove esperienze (a volte vietate dall’apparato burocratico).

In Italia la struttura dei nostri corsi di laurea affonda le radici in una riforma degli anni ‘90 del Secolo scorso…quando Internet neppure esisteva! I decreti ministeriali che stabiliscono corsi e crediti sono dei primi anni 2000. Cosa servirebbe?

Introdurre flessibilità, come insegnano Google e il modello dei Mooc e consentire a chi lo voglia di inserire discipline sul digitale in qualsiasi laurea. Sì, qualsiasi, anche in quelle umanistiche. Perché il futuro batte alle porte e noi dovremmo aprire nell’interesse delle giovani generazioni.

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