C’è modo e modo di fare gli avvocati. C’è chi si dedica anima e corpo a servire il potere ricevendone cospicui benefici materiali o addirittura indebiti seggi parlamentari. C’è chi invece trasforma in richieste legalmente fondate e motivate le aspirazioni e istanze di vario tipo provenienti dalla società. L’avvocata Ebru Timtik e l’avvocato Aytaç Ünsal appartengono alla seconda delle specie appena indicate, a mio modesto avviso di gran lunga la più nobile e utile.

Inoltre essi svolgono la loro funzione professionale nel modo indicato in un contesto estremamente sfavorevole alle ragioni del diritto e della giustizia, la Turchia contemporanea dell’autocrate Erdogan, un regime che sa coniugare un brutale autoritarismo, un’ammirevole spregiudicatezza sul piano degli schieramenti internazionali e un’innegabile ispirazione neoliberista su quello degli orientamenti economici e sociali.

Fare gli avvocati in una situazione del genere significa dare voce a vari settori sociali le cui richieste resterebbero altrimenti totalmente inevase e insoddisfatte: dai minatori vittime di catastrofici incidenti sul lavoro, ai giovani che si mobilitano contro progetti di risistemazione urbanistica ambientalmente e culturalmente insostenibili, dalle donne vittime di oppressione e discriminazione secolari a coloro che hanno scelto la via della lotta armata contro il regime ma non per questo hanno perso il loro diritto alla difesa legale.

La Turchia non ha mai brillato dal punto di vista dello Stato di diritto, ma quel poco che ne rimaneva è stato sistematicamente smantellato da Erdogan negli ultimi anni, licenziando fra l’altro migliaia di magistrati, sostituiti da persone spesso prive di elementari qualificazioni professionali ma sempre sicuramente ligie si desideri del potere costituito e mettendo in galera gli avvocati, che rappresentano parte non trascurabile dell’ingente massa di prigionieri politici che affollano oggi le carceri turche.

Fra loro Ebru e Aytaç, da tempo imprigionati insieme a sedici altre loro compagne e compagni dell’Associazione dei giuristi progressisti (Chd), con loro condannati a seguito di un processo farsa di cui ho dato notizia.

Ebru a tredici anni e mezzo, Aytaç a dieci anni e mezzo, in quanto membri di un’”organizzazione terrorista”, il cui “terrorismo” consisteva nel dare forma legale a rivendicazioni sociali. Forma legale che risulta rivoluzionaria e incompatibile con un regime che si basa sulla negazione di ogni più elementare diritto e forma legale degna di questo nome, a cominciare dal l’indipendenza della magistratura.

Contro la condanna, inflitta il 20 marzo del 2019, e contro la quale, respinto il ricorso in appello, pende oggi il giudizio della Corte suprema, Ebru e Aytaç hanno deciso di entrare in sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La loro lotta è per ottenere il rispetto da parte del governo turco dei principi dello Stato di diritto e di una serie di convenzioni internazionali di cui è firmatario, come l’art. 6 della Convenzione europea per i diritti umani e le libertà fondamentali e l’art. 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che sanciscono il diritto a un processo equo.

Una forma di lotta estrema che ha già fatto varie vittime tra i prigionieri politici turchi, tra i quali tre musicisti del gruppo Yorum, che cantavano Bella Ciao in affollatissimi concerti. Lo sciopero della fame, cominciato nel febbraio 2020, è ormai entrato nel settimo mese e le vite di Ebru e Aytaç sono a fortissimo rischio. Un organismo tecnico sanitario collegato all’amministrazione giudiziaria, ha recentemente stabilito l’incompatibilità della carcerazione colla loro salute, ma è stata improvvidamente deciso il loro trasferimento in ospedale per essere sottoposti ad alimentazione forzata, che potrebbe portare in tempi brevi al loro decesso.

Sarebbe una gravissima sconfitta per l’umanità, lo stato di diritto e la giustizia. Dobbiamo quindi unirci alla Dichiarazione firmata l’11 agosto da un’importante serie di organizzazioni forensi turche, europee e di vari Paesi europei che hanno chiesto la scarcerazione immediata di Ebru e Aytaç.

Il governo italiano, e in particolare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, come pure l’Alto Rappesentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, devono subito trasmettere la relativa richiesta al governo turco, nel nome dei valori fondamentali di diritto e giustizia su cui sono basati la nostra Costituzione e quella europea.

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