E’ difficile ricordare una storia di successo prettamente industriale che porti la firma di Cesare Romiti. Di certo non la Fiat dove il manager romano ha regnato per un quarto di secolo. Amministratore delegato del Lingotto dal 1976, Romiti prende in mano il timone di Fiat in una fase oggettivamente complessa. Nel mezzo di due crisi energetiche e di un periodo particolarmente tormentato per la storia del paese. Gli impianti Fiat sono effettivamente fuori controllo, neppure i sindacati riescono più a gestire gli operai. L’azienda va rimodernata, rimane sul mercato solo grazie ad un cospicuo e prolungato sostegno pubblico. Per successiva ammissione degli stessi sindacati i dipendenti sono troppi. Romiti va allo scontro. Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassintegrazione per 18 mesi 24mila operai. Dopo una settimana di trattative con i sindacati la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Seguono 35 giorni di picchetti, cancelli bloccati, mobilitazioni. Poi il 14 ottobre 1980 la svolta con la famosa “marcia dei 40 mila” (secondo qualcuno “dei 30 mila” ma la questura avrebbe alzato il numero, caso più unico che raro) . In sostanza il manager Fiat trova l’appoggio di impiegati, quadri e dirigenti nella sua battaglia per il ripristino dell’ordine in fabbrica. Ha vinto. Parte la ristrutturazione, l’ammodernamento. Più robot, regime di lavoro più severo e controllato.

Le fondamenta del declino dell’auto italiana – La vittoria politico sindacale non si tradurrà mai in vittoria industriale. Anzi, la pianificazione strategica è sbagliata. Qui vengono gettate le basi di un declino che porterà il gruppo ad un soffio dal fallimento, nei primi anni del 2000 . Costo del lavoro più basso e ripresa dei mercati portano soldi freschi nelle casse Fiat ma vengono utilizzati soprattutto per una diversificazione nel mondo della finanza. Nel 1988 Romiti decide di licenziare Vittorio Ghidella, vero artefice della resurrezione del gruppo. Alla guida della divisione Fiat Auto, Ghidella aveva ideato i modelli di successo: la Panda, la Uno e la Tipo. Aveva concepito e messo in produzione il motore FIRE, il primo del tutto robotizzato, aveva avviato i primi pianali comuni per auto diverse,oggi pratica comune. Romiti non perdonò a Ghidella l’eccessiva autonomia operativa che si era ritagliato con i suoi successi e una eccessiva focalizzazione sulla dimensione industriale del gruppo a scapito della differenziazione degli investimenti. Curioso per un manager che nelle interviste affermava di basarsi solo ed unicamente su considerazioni meritocratiche. Fiat perderà via via quote di mercato. Un lento ma inesorabile declino interrotto solo da sussulti legati alla svalutazione della lira che rendeva più convenienti i prodotti italiani all’estero. Quando nel 1988 Ghidella lascia Fiat la quota di mercato europea del gruppo è del 15%. Lo stesso anno il gruppo riceve 3 miliardi di euro (6mila miliardi di lire) sotto forma di incentivi pubblici per la costruzione di stabilimenti nel Mezzogiorno. Cinque anni dopo, nel 1993 la quota Fiat è scesa all’11%. Oggi è al 6,4%.

Le vicissitudini giudiziarie – La vicenda giudiziaria più nota con protagonista Cesare Romiti è quella della condanna per falso in bilancio nell’ambito delle indagini di mani pulite. Condanna che poi sparirà nel nulla grazie alla depenalizzazione del reato. Tra il 1992 e i dieci anni seguenti insieme a lui davanti ai magistrati milanesi finiscono diversi manager del gruppo accusati di aver pagato tangenti. Tra questi i due luogotenenti di Romiti Francesco Paolo Mattioli (nipote del fondatore della banca commerciale) e Antonio Mosconi, che finiranno entrambi condannati. Nell’aprile del 1993 lo stesso Gianni Agnelli ammetterà che varie società del gruppo hanno pagato tangenti per una cifra pari al 5% del fatturato di Fiat. Ad accusare Fiat erano stati in origine il il cassiere della Dc Maurizio Prada e l’esponente del Pds milanese Luigi Carnevale del Pds. Nel 1996 Bettino Craxi scriverà al direttore del quotidiano La Stampa (di proprietà degli Agnelli) per rivelare che i vertici Fiat finanziavano il sistema politico. Nel 2000, Romiti viene definitivamente condannato dalla Corte di Cassazione per finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale e falso in bilancio. Tre anni dopo la condanna è revocata dalla Corte d’Appello di Torino. Anche in altre occasioni e con altre motivazioni, Romiti aveva destato l’attenzione dei magistrati. Nel 1989 fu aperto un procedimento contro Romiti, Gianni Agnelli e altri tre dirigenti Fiat per violazioni dello Statuto dei lavoratori e presunti abusi nelle sale mediche aziendali. Dopo il fallito tentativo del procuratore generale di trasferire altrove il processo per “legittima suspicione”, la vicenda finì nel nulla grazie ad un’intervenuta amnistia.

La nuova avventura in Gemina e il rapido tramonto della dinastia – Romiti lascia Fiat nel 1998 con una liquidazione da 105 miliardi di lire e altri 99 miliardi per il patto di non concorrenza, in tutto 105 milioni di euro dei giorni nostri. Investe in Gemina ricevendo una quota della società anche come parte della liquidazione. Gemina è una holding che ha in pancia diverse partecipazioni pregiate a cominciare da Impregilo ed Rcs. Dalla società viene scorporata una seconda holding chiamata Hdp a cui vengono affidate le partecipazioni di natura industriale. Alla guida delle società ci sono i due figli di Romiti, Piergiorgio e Maurizio. Sempre la meritocrazia che torna. Cesare conserva comunque posizioni dirigenziali. Sarà ad esempio presidente di Rcs dal 1998 al 2004.

La gestione della famiglia Romiti però non splende. Anzi. Hdp inizia la sua avventura con mille miliardi di lire (516 milioni di euro) a disposizione e il 100% di Rizzoli Corriere della Sera, la società del tessile e abbigliamento Fila e altre quote in società legate a Mediobanca. Subito il primo grande colpo l’acquisto della maison Valentino che diventerà una fucina di perdite. Così come conti in rosso accompagneranno Fila le cui vendite sotto la gestione dei Romiti di dimezzano. A fine 2000 Hdp ha già 400 milioni di euro di debiti e i profitti calano continuamente. I soldi arrivano dalle attività editoriali ma anche qui i problemi non mancano, i soci contesteranno in particolare l’acquisizione acquisizione della casa editrice francese Flammarion secondo alcuni strapagata. Sta di fatto che lentamente gli azionisti si stufano e Maurizio Romiti viene prima costretto a vendere le partecipazioni nella moda e poi, nel 2004, estromesso dalla guida dalla società. Una sorte non troppo diversa tocca anche al fratello Piergiorgio che nel 2007 viene sfiduciato dai soci di Gemina per contrasti sul piano di investimenti per il rilancio dell’aeroporto di Fiumicino che fa capo ad Aeroporti di Roma. Nella stessa occasione viene estromesso dal Cda anche Cesare Romiti. Ultimo capitolo di una lunga storia ai vertici dell’industria italiana.

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