Le sirene della propaganda governativa talvolta raggiungono livelli quasi lirici, perché suggeriscono nomi evocativi a provvedimenti che hanno tutt’altro contenuto. Mi riferisco allo schema di disegno di legge, ribattezzato “Spazza-correnti”, che il 3 agosto scorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha licenziato anche nella materia “ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità, di costituzione e funzionamento del Consiglio Superiore della magistratura”.

La straordinaria occasione generata dalla pubblicità del “sistema delle correnti”, nata dall’indagine pendente a Perugia, avrebbe potuto dare all’esecutivo un assist formidabile – e motivato – per rivoluzionare il sistema di funzionamento dell’organo di governo della magistratura italiana, istituzione di garanzia di fondamentale importanza soprattutto per i cittadini, perché soltanto una giurisdizione davvero indipendente può permettere di tutelare i diritti di ogni singolo membro del consesso civile.

Invece in Italia la scoperta della più purulenta cancrena della quale è affetta la magistratura associata dal dopoguerra ad oggi viene curata con uno spruzzo di acqua ossigenata. Dapprima con decreto legge il governo realizza una vera e propria “amnistia mascherata”, depenalizzando le condotte di abuso di ufficio nei casi di provvedimenti illegittimi, quando essi sono connotati da discrezionalità tecnica, ossia proprio in tutti i casi che le chat captate sul telefono di un ex presidente dell’Anm e componente di punta del precedente Csm documentavano in modo quasi scolastico.

Adesso con lo schema del ddl in questione le intenzioni (e le speranze!) di abbattere la correntocrazia dentro quell’Organo di rilevanza costituzionale vengono definitivamente a tramontare.

Se, in teoria, da un lato si vieta la costituzione di gruppi tra suoi componenti per consentire ad ogni singolo membro togato di esercitare le proprie funzioni in piena indipendenza ed imparzialità, dall’altra, in pratica, la legge elettorale escogitata per fronteggiare la patologia si rivela più una pillola dall’effetto placebo che un vero vaccino. Si vorrebbe introdurre, infatti, un sistema uninominale maggioritario su base territoriale a doppio turno.

Si può essere eletti al primo turno soltanto quando si è capaci di ottenere il 65% delle preferenze in ciascun collegio. La maggioranza “bulgara” è un connotato tipico dei potentati correntizi locali, direi quasi dei “feudi” di certe regioni: soltanto un “boss delle correnti” potrebbe farcela con quei numeri.

Ove non si arrivasse a quelle cifre, però, la competizione sarebbe, udite udite, tra i quattro maggiormente votati al primo turno. Va considerato che ogni elettore potrebbe esprimere fino a quel numero di opzioni. La novità è il voto “tarato” (verrebbe da dire taroccato), ossia la possibilità che le preferenze accordate abbiano pesi specifici diversi (il primo voto varrà uno, gli altri un po’ meno: 0,90, 0,80 e 0,70). Anche al secondo turno, però, il voto potrà essere doppio (da parte di ciascun elettore) con un diverso indice specifico (uno varrà uno; l’altro 0,80).

Si comprende chiaramente come le correnti potranno, dunque, nel rispetto delle quote di genere, spartirsi ogni singolo “feudo” nel modo che più gli aggrada, facendo accordi di desistenza e concordando alleanze per sostenere il candidato “di bandiera”. Come hanno sempre fatto. Altro che depotenziamento! Nulla sarà la possibilità che un candidato indipendente possa riuscire nell’impresa di andare al Csm.

Per dare un contentino a questa minoranza indisciplinata e talvolta rumorosa che chiede al Consiglio di avere una rappresentatività aliena da qualsivoglia dipendenza interna, però, al Ministero della Giustizia hanno pensato bene di introdurre un sistema di preselezione dell’elettorato passivo con sorteggio (ma solo ove in ciascun collegio non si raggiunga il numero di dieci candidati). L’unico metodo idoneo a recidere definitivamente il legame perverso tra i gruppi e il Csm viene relegato soltanto a preliminare meccanismo di arrotondamento delle liste dei candidati individuati dalle correnti more solito, quasi a spolverare la selezione operata da queste ultime di un inconsistente e formalistico velo democratico.

Così accanto ai notabili correntizi prescelti per discendenza e per ceto (definibili “gli optimates”) verranno indicati i nomi di avventizi del popolo magistratuale (i “plebei clientesque”), che verranno premiati, al massimo, con un voto tarato da 0,70.

Se qualche giovane pastore di nome Davide dovesse riuscire nell’impresa di arrivare al secondo turno, però, il ddl consegna l’arma micidiale al Golia tra gli optimates per allearsi insieme e abbattere il nemico con il voto specifico (quello che vale uno) compatto. Insomma la grande riforma del governo guidato dall’Avvocato del popolo, battezzata da qualche entusiasta voce “spazza-correnti”, dovrebbe chiamarsi, al contrario, “salva-correnti” o, al più “spalma-correnti”.

Sì, perché non solo consente ai gruppi associati della magistratura una divisione scientifica del voto per territori, tramite accordi e spartizioni di bassa lega, dando sempre maggior forza ai vivi e vegeti notabilati locali (dove può essere ancor più forte il peso del ras di turno persino sul lavoro dei singoli magistrati), ma si rivela un atto di servile inchino del Ministero al mieloso potere interno della magistratura associata.

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