Il presidente uscente Andrzej Duda è pronto a giurare di fronte all’Assemblea nazionale, iniziando ufficialmente il suo secondo mandato quinquennale al comando della Polonia, dopo aver vinto di misura al ballottaggio le elezioni presidenziali dello scorso 12 luglio, considerate, nel Paese, come le più importanti dopo quelle del 1989 (l’affluenza alle urne è stata vicina al 70%). Ma il presidente, sostenuto dal partito di maggioranza Diritto e Giustizia (PiS), si ritrova a guidare un Paese più che mai diviso su questioni sociali, diritti umani e giustizia.

In un contesto di crescente tensione nei rapporti all’interno di PiS e i suoi partiti satelliti per questioni di potere, oltre alla decisione del governo polacco, lo scorso luglio, di volersi ritirare dalla convenzione di Istanbul sulla prevenzione della violenza domestica, Duda dovrà affrontare le molteplici pressioni e i malumori della comunità internazionale nei confronti della sua politica. Il punto più delicato rimane la questione Lgbt, ormai strumentalizzata politicamente come non mai negli ultimi due anni dalle frange più conservatrici della politica, chiesa cattolica e società civile, nonché dalla stessa presidenza.

Ancora durante l’ultima campagna presidenziale, Duda ha usato la carta anti-Lgbt per accaparrarsi l’elettorato più conservatore, dichiarando dapprima che gli Lgbt “non erano persone, bensì ideologia e che questa era peggio del comunismo”. In seguito, ha promesso un emendamento alla Costituzione per proibire l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Tutte mosse studiate che hanno avuto un impatto negativo sulla comunità Lgbt, la quale ha percepito un incremento della violenza sia verbale che fisica.

Il punto più controverso di questa situazione sono state le risoluzioni “in favore dei diritti della famiglia” approvate da un centinaio di comunità, distretti e provincie in tutto il Paese per proteggere il ruolo del matrimonio e della famiglia tradizionale, discriminando indirettamente la comunità Lgbt. Queste zone del Paese sono state soprannominate “Lgbt-free zones”. Se all’inizio della loro diffusione, nell’aprile 2019, le dichiarazioni erano più esplicite, le numerose critiche iniziali hanno spinto le comunità che le hanno introdotte a usare un linguaggio differente, senza menzionare gli Lgbt, bensì il “rafforzamento del ruolo familiare come unione fra un uomo e una donna”.

Dietro a queste dichiarazioni ci sono varie organizzazioni conservatrici e pro-famiglia, la più conosciuta delle quali si chiama Ordo Iuris. “Appoggiamo queste dichiarazioni anche se non abbiamo redatto quelle iniziali, esplicitamente anti-Lgbt, anche se difendiamo la libertà d’espressione”, commenta a Ilfattoquotidiano.it Tymoteusz Zych vicedirettore dell’ufficio culturale dell’istituto. “Difendono il ruolo del matrimonio e la famiglia tradizionale come ambiente prediletto per una crescita sana dei bambini. Ma non menzionano affatto gli Lgbt”. Le organizzazioni pro-famiglia mettono inoltre in guardia contro la manipolazione degli attivisti Lgbt che, a loro dire, vogliono imporre un nuovo modo di pensare nella società. Sono molte le voci di chi grida alla loro intolleranza nei confronti delle opinioni altrui. Tutto questo ha creato confusione ma anche risentimento dai due lati.

Queste risoluzioni non hanno un vero valore legale ma più simbolico e sono appoggiate silenziosamente anche dalle autorità e dal partito PiS. Sono state comunque considerate altamente discriminatorie da molti esponenti delle istituzioni, fra cui Adam Bodnar, ombudsman polacco, che ha deciso di citarne nove in giudizio qualche mese fa: “Hanno un valore normativo e quindi hanno il potere di escludere un’intera comunità da eventi e strutture sociali. Questo va contro i principi della Costituzione polacca, che proibisce la discriminazione. Il problema maggiore è la negligenza delle autorità”, ha spiegato al Fatto.it.

Questa situazione, che ha preso una piega preoccupante, ha avuto sviluppi recenti interessanti. Due settimane fa, le corti amministrative locali di Gliwice e Radow, fra le nove interpellate da Bodnar, hanno accolto i suoi appelli che denunciavano le risoluzioni approvate come anti-costituzionali e discirminatorie. Bodnar è soddisfatto ma rimane cauto, ricordando che “a Cracovia, qualche giorno prima, la corte amministrativa locale ha respinto due altre richieste, optando per la non entrata in materia. Aspettiamo il responso delle prossime cinque e poi bisognerà vedere come si muoveranno gli oppositori, che possono appellarsi alla Corte Suprema Amministrativa”. È proprio Ordo Iuris, attraverso l’analista legale dell’istituto, Nikodem Bernaciak, che smorza i toni: “Prima delle risoluzioni di Gliwice e Radow, alle quali noi abbiamo presenziato come indipendenti cercando di spiegare ai giudici le ragioni di tali dichiarazioni, che non discriminano gli Lgbt e la loro ideologia, altre sei corti amministrative locali hanno dichiarato che queste risoluzioni non sono affatto contro la Costituzione e non discriminano nessuno. Questo dimostra come il sistema giudiziario non abbia trovato l’unanimità sul tema”, risponde al Fatto.it.

Quello che dice Berniaciak però, è stato fortemente smentito da Milena Adamczewska-Stachura, rappresentante legale nell’ufficio dell’ombusdman, la quale ha presenziato a tutte le nove udienze delle corti rappresentando il suo ufficio: “Non è la verità. In tutta la Polonia, finora, ci sono stati solo questi nove appelli. Non ne esistono altri. Quelli a cui si riferisce Ordo Iuris sono solo decisioni delle corti di non entrata in materia”. “I due comuni che hanno accolto il nostro appello – continua l’avvocata – sono ormai un precedente decisivo per la protezione degli Lgbt”. Tutto ciò mostra quanto il tema sia vittima di una forte strumentalizzazione.

Secondo l’attivista Lgbt Kuba Gawron, uno dei creatori del sito web “Atlas dell’odio”, che ritrae su una mappa online tutte le comunità che hanno adottato queste dichiarazioni, “questo potrebbe far cambiare le cose. Dimostra inoltre come il sistema giudiziario polacco sia ancora imparziale”. Gawron è stato uno dei principali attivisti polacchi che hanno spinto la loro causa fino a Bruxelles.

Il Parlamento europeo, lo scorso dicembre, ha adottato una risoluzione condannando ufficialmente le “Lgbt-free zones” polacche. “Sono illegali perché contro i diritti fondamentali dell’Unione europea – dice al Fatto.it la parlamentare europea Evelyn Regner, membro del Comitato per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere – D’ora in poi, i fondi comunitari erogati dall’Unione verranno concessi anche in base al rispetto dei diritti umani”.

Difatti, la settimana scorsa l’Ue ha deciso di muovere i primi passi, annunciando la trattenuta di alcuni fondi per un programma di gemellaggio comunitario a sei comunità polacche che avevano chiesto fra i 5mila e i 25mila euro e proprio per aver adottato le dichiarazioni pro-famiglia diventando Lgbt-free. La commissaria europea per l’Eguaglianza, Helena Dalli, ha dichiarato che “i diritti fondamentali devono essere rispettati dagli Stati membri e dalle autorità pubbliche”.

Il ministro della giustizia polacco, Zbigniew Ziobro, ha però replicato duramente alla decisione, rispondendo che “l’Unione europea dovrebbe trattare i suoi cittadini in maniera equa. Essi hanno diritto di esprimersi liberamente”.

Questa decisione, seppur vista come simbolica, non fa stare tranquilli tutti: “Temiamo rappresaglie nelle aree colpite da questi tagli – commenta Ola Kaczorek, co-presdiente dell’organizzazione Lgbt di Varsavia ‘Love does not exclude’ – In questi giorni due attivisti sono stati arrestati senza ragioni e nessuna informazione è stata rilasciata dalla polizia al riguardo. Da quando siamo sotto i riflettori della politica, riceviamo sempre più minacce di morte da persone che si sentono in potere di farlo perché i media e la politica fomentano odio. Perciò, evitare di erogare fondi a governi locali omofobi è il minimo che l’Ue possa fare”.

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