“Gli omosessuali hanno relazioni che si basano solo sul sesso. Non solo vogliono la parità di diritti nel matrimonio, che noi non approviamo, ma vogliono anche privilegi”. Piotr Zuch ha 46 anni ed è un abitante conservatore di un villaggio polacco vicino a Bielsko-Biala, nel sud del paese. “Se il tuo presidente dice che non sei una persona uguale alle altre, stravolge il tuo modo di vivere. Ti senti sicuro solo se ti nascondi”, dice invece Sławomir Kokol, 43 anni, attivista Lgbt della medesima città e che vive accanto a una delle molte “Lgbt free zones”, ossia “libere dall’ideologia Lgbt”, che occupano ormai un terzo del territorio polacco. “A volte ci dicono che dovrebbero riaprire Auschwitz così che Hitler possa prendersi cura di noi. Se pensiamo che il campo giace a 20 chilometri da qui, è nauseante solo il fatto di pensarci”, aggiunge Aleksandra Głowacka, 27, anche lei attivista. Tutta la comunità guarda con timore ma anche con un briciolo di speranza al ballottaggio del 12 luglio per le Presidenziali che potrebbe favorire un cambio di rotta a livello politico.

A poche ora dal voto, la comunità Lgbt polacca vive nell’incertezza. Spera in una vittoria del candidato del partito di centrodestra Piattaforma Civica, il liberale Rafał Trzaskowski. Come nelle precedenti elezioni politiche nel Paese, anche questa volta la comunità è stata usata a fini politici dai conservatori, finendo ancora al centro della campagna elettorale. La questione Lgbt ha preso una piega preoccupante da un paio di anni, diventata il capro espiatorio per eccellenza della politica del partito populista Diritto e Giustizia (Pis), che appoggia il presidente conservatore uscente Andrzej Duda.

Nel testa a testa, sia Trzaskowski che Duda hanno tentato di tutto pur di attirare l’elettorato, soprattutto quello di estrema destra, che al primo turno si è identificato in un 7% dei voti. Duda ha giocato, fra le altre, anche la carta anti-Lgbt. E questo ha fomentato dichiarazioni di odio, spaccando ancora di più il Paese fra chi vuole mantenere le divisioni e chi invece vuole un cambiamento di paradigma.

“Puoi sentire di non essere il benvenuto. Capisci che il governo non è dalla tua parte”, commentano Głowacka e Kokol appena passiamo il cartello d’entrata del comune di Wilamowice, villaggio a sud della Polonia. La piccola comunità è una delle Lgbt free zones nel Paese. Dall’aprile del 2019, più di 100 istituzioni, fra Comuni e Regioni, hanno votato a favore delle cosiddette “carte per i diritti della famiglia”, documenti che promuovono la struttura della famiglia tradizionale (il matrimonio come unione fra un uomo e una donna, anche protetta nella costituzione polacca) discriminando le minoranze.

Tutto sembra normale nel villaggio. Niente mostra la presenza di questa dichiarazione. Ma è una sensazione. “Non significa che ti arrestano se sei Lgbt. Ma (queste carte, ndr) sono uno strumento nelle mani di chi ci vuole discriminare. Noi vogliamo solo ottenere gli stessi diritti degli eterosessuali” commenta Salwomir. “Penso che per vivere come Lgbt in queste zone devi essere coraggioso, perché sai di non poter essere te stesso” ribatte poi Aleksandra.

Le Lgbt free zones ricoprono oggi circa un terzo del Paese, soprattuto nel sud e nell’est, le regioni più conservatrici. Se l’intento può sembrare innocuo, Magdalena Dropek, 38 anni, attivista Lgbt di Cracovia, anch’essa città parte di una Lgbt free zone, spiega che “sono documenti pericolosi perché nascondo l’omofobia con un linguaggio intelligente e possiedono una lista di azioni che le autorità possono mettere in pratica. Mi fa specie pensare che nel 21esimo secolo, nel cuore dell’Europa, siamo simbolicamente esclusi dalla società perché Lgbt”.

Di fatto, queste carte non hanno alcun valore legale, ma solo simbolico. Hanno però il potere di escludere socialmente una parte della comunità, per esempio stigmatizzando certi orientamenti sul posto di lavoro, togliendo fondi a organizzazioni, proibendo eventi. Lo scorso dicembre, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione dichiarandole contro i diritti fondamentali e l’ombusdman polacco Adam Bodnar, ha deciso di rivolgersi alle corti amministrative locali, dichiarando che “discriminano ed escludono gli Lgbt da alcuni servizi pubblici”.

Queste dichiarazioni, tacitamente accettate dal governo, sono promosse da varie organizzazioni fondamentaliste cattoliche che difenderebbero famiglia e bambini, come dichiarano, dalla così chiamata invasione dell’ideologia Lgbt proveniente dall’occidente. “Vorrebbero cambiare il modello di famiglia ideale per la crescita dei bambini, distruggendo il tessuto sociale, introdurre un modello di educazione sessuale promiscua, come ad esempio l’insegnamento basato sulla pura biologia, ai bambini di 4 anni”, commenta Tymoteusz Zych, 34 anni, membro dell’Istituto Ordo Iuris, una delle organizzazioni più conservatrci e allo stesso tempo controverse, accusata di ricevere denaro da Mosca.

Non esistono tali zone, è una propaganda delle organizzazioni Lgbt”, spiega invece Magdalena Czarnik, rappresentante dell’associazione Genitori che proteggono i bambini di Cracovia. “Non abbiamo niente contro gli omosessuali, ma vogliamo proteggere i nostri figli dall’introduzione di un tipo di educazione che possa insegnare loro orientamenti differenti promossi dagli Lgbt”.

Mateusz Marzoch, portavoce del gruppo ultranazionalista All Polish Youth, forse ha la visione più radicale: “L’ideologia Lgbt non è parte della nostra società cattolica. Il loro matrimonio e l’adozione sarebbero cose innaturali. Il loro amore è solo fisico, ecco perché vogliono i bambini, perché vogliono abusarne. Non vogliamo arrestarli, ma semplicemente che si nascondano”.

La paura dell’arrivo dell’ideologia Lgbt è stato il cavallo di battaglia del partito Pis, approfittando della crescente visibilità della comunità Lgbt che negli ultimi anni è diventata molto attiva, organizzando eventi e pride in tutto il Paese. Un capro espiatorio perfetto. Marek Szolc, 28 anni, membro del consiglio comunale di Varsavia lo commenta così: “Il governo Pis è talmente cinico che non gli importa di disumanizzare o mettere a rischio la vita della gente per mantenere il potere. Hanno mostrato la loro vera natura”. E le Lgbt free zones ne sono la conseguenza.

Una strategia che ha avuto successo durante le elezioni locali, parlamentari e europee. Ecco perché Duda ha deciso di usare questa strategia ancora una volta per conquistare voti. Questa volta, forse, spingendosi oltre. Se l’11 giugno ha firmato una carta familiare nazionale simile a quelle descritte sopra, due settimane prima del voto del 28 giugno ha dichiarato anche che gli Lgbt non sono persone, bensì un’ideologia, e che questa sarebbe peggio del comunismo. Infine, lunedì scorso, ha proposto un emendamento costituzionale per vietare l’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali. Ha anche accusato Trzaskowski di voler vendere le famiglie polacche. Una mossa puramente politica, ma che ha portato la tensione alle stelle. Magdalena Czarnik se ne è felicitata: “Noi non ci sottometteremo alla dittatura degli Lgbt in Polonia”.

“Non penso che Duda o Kaczyński siano omofobi, ma hanno usato l’omofobia come surrogato per per nascondere i veri problemi – commenta il professore di diritto dell’Università di Varsavia Jakub Urbanik, parte della comunità Lgbt – Quando hanno visto che l’odio verso i rifugiati non funzionava più, hanno trovato qualcun altro da attaccare. Così facendo, hanno svegliato un mostro che non sparirà mai più dalla società e con il quale dovremo convivere. Ormai è troppo tardi”.

Un gioco politico pericoloso, quindi. Urbanik, che gira per le strade di Varsavia con una mascherina con i colori Lgbt, si rende conto che oggi, forse, non si sente più così al sicuro. “Mi domandano se non ho paura di usare la mascherina arcobaleno. Mi sono chiesto se non fosse giunto il momento di nascondere la mia vera identità. So che non è assolutamente paragonabile all’Olocausto, ma la violenza verbale porta a quella fisica e ne abbiamo già avuto l’esempio”. Il timore sorge proprio dai numerosi episodi di violenza avvenuti nei giorni scorsi. Alcuni giovani sono stati picchiati perché sembravano omosessuali e sul muro di una casa di Varsavia due frecce con una scritta “qui vivono froci del cazzo” indicavano la finestra di un palazzo.

La comunità Lgbt attende con ansia di capire l’evolversi della loro situazione. Sperano nella vittoria di Trszaskowsi, immaginandosi un cambiamento di paradigma. Anche se sarà tutt’altro che scontato, visto che l’attuale sindaco di Varsavia non ha per nulla menzionato l’argomento in campagna, forse per paura di inimicarsi parte dell’elettorato in un momento dove ogni voto pesa molto.

L’attivista Hubert Sobecki la riassume così: “In Polonia, il vittimismo è nell’identità. Per unirsi e sentirsi più forti, ci si ricorda spesso dei momenti tragici della nostra storia. Chi è diverso diventa il nemico. Che siamo noi, gli Lgbt. E in questo Paese, quindi, non possiamo essere vittime, perché ce ne può essere solo una”.

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