di Giuseppe Criaco

“Nessuno Stato può trarre vantaggio a scapito di altri”. Queste le parole di Giuseppe Conte sulla solidarietà necessaria tra i Paesi Ue. Un leader che ha saputo imporsi anche in Europa con la mitezza e la fermezza. Quella mitezza che Norberto Bobbio elevava a “ingrediente essenziale della mediazione e della politica come arte del possibile” che non significa remissività o debolezza. Un avvocato prestato alla politica. Un borghese, insomma.

Ed è proprio l’inaspettata leadership esercitata dal nostro Premier nel dibattito politico italiano che genera la mia domanda: ma oggi in Italia che fine ha fatto la borghesia? Intendendo per borghesia quella struttura sociale, ma anche economica e politica che nel nostro Paese ha avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione post bellica, dopo una (forse) eccessiva condiscendenza al regime fascista. Ma poi artefice di quel miracolo economico che nel breve volgere di venti anni ha portato l’Italia a sedersi al tavolo dei grandi Paesi industrializzati del mondo.

Oggi quella borghesia è scomparsa. Proprio quando il Paese avrebbe bisogno di nuovo di una visione, un sogno, un progetto immaginifico per il futuro. Oggi il nostro è un Paese sostanzialmente fermo, uscito da una pandemia mia vissuta prima, trincerato a difendere i propri piccoli o grandi privilegi. Mentre tutti noi viviamo un’epoca che ha perso quello slancio senza ideali se non quelli del “qui e ora”. Una politica che ha perso quel filo diretto che invece voleva instaurare con il Paese e con i propri elettori. Ed una classe economica che non sa più immaginare, concepire e progettare l’Italia che verrà.

Un capitalismo che vive di relazioni, spesso ambigue. Incapace di costruire un’idea di sviluppo, innovazione e crescita che tanto aveva contribuito alla rinascita italiana dalle macerie del dopoguerra. In tutto questo il ruolo della “nuova borghesia italiana”, dovrebbe essere quello di ridisegnare i nuovi contorni e le nuove sfide che questo paese deve saper cogliere. E vincere. Elevarsi a classe dirigente matura capace di orientare il Paese attraverso un percorso fatto di regole (condivise) e di progetti (realizzabili).

Ma soprattutto concretizzare un’idea di futuro che porti fuori l’Italia da questa paralisi sociale prima ancora che economica e politica. Tornare a far parlare il Paese al plurale abbandonando l’individualismo “edonista” che ha caratterizzato la vita sociale e politica italiana degli ultimi trent’anni. La borghesia moderna dovrà essere quella classe che smetterà di assistere indifferente alla disgregazione del corpo sociale del Paese.

Insomma una classe dirigente visionaria capace, ogni giorno, di “spingere un po’ più in là” questa notte perenne che sembra aver avvolto la nostra Italia in un presentismo colmo di paure. Una borghesia che sappia rinvigorire il senso della Stato. Trasformare Scuola, Sanità, Giustizia, Pubblica Amministrazione nelle pietre angolari sui cui poi poggerà la credibilità delle nostre istituzioni. E gli imprenditori capaci di immaginarsi nuovamente protagonisti con il loro Made in Italy sulla scena globale.

Serve, infine, oggi, al Paese, una classe sociale capace di infondere in ciascuno di noi quel senso di appartenenza che sembra essersi smarrito, generando nei cittadini una sensazione di abbandono e di esclusione. Sentimenti e frustrazioni cavalcate spesso da una politica senza meta e senza memoria. Per tutti questi motivi non si può più rimanere inermi a guardare un Paese sempre più distante nei valori sociali. Un immenso deserto privo di una qualunque etica, addirittura incapace oramai solo di immaginarla.

La classe dirigente che verrà deve avere una solo priorità immaginare e far immaginare ai cittadini, soprattutto alle fasce più deboli, l’Italia di domani. Un Paese dove coscienza civica, solidarietà e voglia di innovazione diventino le parole d’ordine quotidiane. Capaci di riattivare anche nel nostro Paese quell’ascensore sociale da troppo tempo fermo al seminterrato.

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