Le immagini dell’alba mostrano una Beirut devastata. Il numero dei morti e dei feriti continua ad aumentare, l’aria è inquinatissima da sostanze tossiche. I più anziani, quelli che hanno vissuto la lunga guerra civile libanese, parlano di un’esplosione mai così potente.

I sopravvissuti e i parenti di coloro che hanno perso la vita pongono una serie di domande, cui un governo decente dovrebbe rispondere presto attraverso un’indagine imparziale, trasparente, approfondita e indipendente. Chissà se sarà mai così.

Quello che già sappiamo riguarda la provenienza di quel carico di nitrato d’ammonio. Sappiamo anche grazie a questo approfondimento di Al-Jazeera che varie autorità erano consapevoli dei rischi.

Queste, invece, sono le domande che attendono una risposta: chi decise di stoccare quel “materiale altamente esplosivo” nell’hangar 12 del porto di Beirut, in pieno centro città? Chi, nonostante una recente ispezione avesse concluso che quel “materiale altamente esplosivo” era conservato in condizioni non sicure, stabilì che doveva rimanere lì dov’era e così com’era? Infine gli eventi che hanno innescato l’esplosione sono stati accidentali o provocati volutamente? E da chi? E perché?

Potrebbe darsi, per assurdo, che tutto sia accaduto per caso. Dove alla parola “caso” si deve leggere negligenza, imperizia, indifferenza. Il porto di Beirut è conosciuto come la tana di Alì Babà e dei 40 ladroni per la corruzione che lo domina. Del resto, negli ultimi anni le autorità libanesi si sono dimostrate incapaci di fornire servizi minimi essenziali alla popolazione, persino di raccogliere i rifiuti urbani.

Contro di loro, la popolazione è scesa in piazza molte volte, le ultime alla fine del 2019. Ora, tra Covid-19 e dichiarazione dello stato d’emergenza, non è possibile. Ma la rabbia è tanta. E la sfiducia totale, soprattutto tra le oltre 300mila persone che da ieri non hanno più un tetto sopra la testa.

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