Domenica 26 luglio, una coalizione sindacale capeggiata da Uni Saúde, sindacato medico che fa parte della Uni Global Union, e Cut (Central Única dos Trabalhadores, alleata con il Pt) hanno presentato al Tpi (Tribunale Penale Internazionale) una denuncia contro Jair Bolsonaro per crimini contro l’umanità e genocidio durante l’emergenza Covid.

Pur se alcune delle motivazioni citate nel documento sono ineccepibili – quali il comportamento irresponsabile del presidente che sovente si presenta in pubblico senza maschera, minimizzando la gravità della pandemia – l’assenza di un ministro competente alla Salute dopo il siluramento di Mandetta e le dimissioni di Nelson Teich – e la sua contrarietà al distanziamento sociale, nel complesso i termini della denuncia sono pretestuosi a livello tecnico e giuridico, e con scarse chance di essere presi in considerazione da un organo giudiziario che assume a carico unicamente casi eclatanti di crimini di guerra e violazioni umanitarie, con processi anche decennali.

In realtà, sembra trattarsi di una vendetta politica con il movente più antico del mondo. Autonomia degli Stati Federali. Il Brasile, così come gli Stati Uniti, è una repubblica presidenziale federale, dove i singoli Stati godono di un’autonomia amministrativa e giuridica per quanto riguarda l’ordinamento interno. Per cui Bozo può starnazzare quanto vuole contro lockdown e isolamento, ma i governatori non sono tenuti ad obbedire alle sue richieste, anzi spesso e volentieri fanno l’esatto contrario.

E poi c’è il fattore umano che determina gli eventi: parafrasando Roberto Gervaso che ha ben descritto gli italiani, anche il brasiliano medio è una “pecora anarchica”. Capace di sottomettersi ai diktat più assurdi, e magari sottoporsi a un vaccino ancora in fase sperimentale solo perché strombazzato dai suoi caporioni. Alieno però a qualsiasi disciplina logica – come l’uso delle maschere evitando gli assembramenti – che avrebbe potuto salvare tante vite.

Si è visto proprio nei due stati dove il virus ha fatto più vittime, São Paolo e Rio de Janeiro. Nella città omonima dello stato paulista, la più grande del Brasile, si sono verificati controsensi quali attività commerciali primarie chiuse, mentre i battenti rimanevano aperti per sale massaggi, saloni di bellezza, lupanari e discoteche.

L’edonismo sfrenato e il rifiuto delle regole da parte dei brasiliani ha contribuito ad allargare la strage: São Paulo, 21.606 morti fino a lunedì scorso. Rio de Janeiro, 12.835. Ceará, 7.496, per la maggior parte nella capitale del Bengodi turistico Fortaleza. Pernambuco 6.352 – soprattutto a Recife – Pará, 5.716.

Non c’è stato però bisogno dell’intervento di Bolsonaro; nello stato paulista si sono accapigliati proprio il governatore João Doria e il prefetto Bruno Covas, nonostante siano entrambi dello stesso partito, Psdb – i socialdemocratici – il primo tra l’altro suo probabile avversario alle prossime presidenziali 2022. Doria voleva allentare le misure di restrizione, Covas invece avrebbe voluto rafforzarle, per evitare il collasso delle strutture ospedaliere, cosa che poi è puntualmente avvenuta.

Beccandosi tra di loro, i due galletti hanno ottenuto solo di confondere ancora di più la cittadinanza, avallando così l’anarchia già in corso d’opera. Nel Distrito Federal il governatore ha adottato controlli rigidi solo a Brasilia, in particolare nella bomboniera del Centro da Cidade, dove si concentrano gli hotel più prestigiosi e gli shop per la gente “perbene”, tenendo basso il numero di contagi e decessi.

Ma in periferie come Ceilândia, a 45 km dalla capitale, la realtà è differente: in questi alveari destinati ai cittadini di serie B, si concentrano oltre 18.000 casi su un totale di 58.000, tutti nel raggio di pochi chilometri. Qui parlare di isolamento è una piada, una burla: la gente vive ammassata sia fuori che dentro casa, i negozi sono affollati, le maschere non bastano. La vigilanza federale ha infierito sui più deboli, ritirando le licenze a 2000 ambulanti. Nella favela di Sol Nascente, la famiglia standard è di 7-8 persone stipate dentro 45 mq di nuda muratura: la foto è eloquente.

Anche se il governo del Distrito Federal ha avviato nelle periferie di Plano Piloto e Ceilândia, le più colpite dalla disoccupazione causa pandemia, le seguenti misure di Auxílio Emergencial: 600 real per nucleo familiare – due ceste básiche di pane, latte e alimenti primari – quali verdure frutta e legumi – a settimana per 28.000 famiglie in condizioni di povertà estrema, oltre a un bonus extra di 250 real per 2000 Moradores de Rua, containers con posti letto, ristorazione, bagni e lavanderia.

Bolsonaro, la denuncia per genocidio può diventare un boomerang

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