Ricorrono oggi i sette anni dalla sparizione in Siria di padre Paolo dall’Oglio. Gesuita italiano, fondatore della comunità monastica di Mar Musa, dopo trenta anni in Siria, nel 2012 viene espulso dal paese su ordine delle autorità di Damasco. Il motivo? Alcuni articoli in cui chiedeva l’apertura democratica del paese, dopo quaranta anni di governo della famiglia al Asad.

Il suo sostegno alle rivendicazioni della piazza siriana, che dal marzo del 2011 chiedeva la fine della dittatura, non era ben visto neanche dalle chiese d’Oriente. Testimonianza è l’assoluto silenzio di queste sulla sua espulsione.

Dopo un’intensa attività a fianco della protesta pacifica, di quelli che lui chiamava “democratici siriani”, nel luglio del 2013 fa ritorno nel paese. Si reca a Raqqa, diventata capitale del Califfato dell’Isis in Siria. “Vado a svolgere un difficile compito di mediazione” aveva annunciato in un post.

Sappiamo, lo raccontano i testimoni, che dall’Oglio va in quella città per sostenere i giovani della società civile che protestano contro i miliziani fondamentalisti. C’è un video di lui che prende il microfono, circondato dalla gente che manifesta. “ Sono a casa, nella Siria libera”.

Ma va anche per tentare una mediazione per la liberazione di alcuni ostaggi. Entra nel governatorato di Raqqa, diventata la sede del califfato. Da lì non esce più. Amedeo Ricucci, inviato della Rai, è stato l’unico giornalista italiano a recarsi a Raqqa, dopo la liberazione della città, per mettersi sulle tracce di dall’Oglio.

Provò a incontrare, senza successo, Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal, emiro di secondo livello, che vive tuttora indisturbato nella città e, secondo testimoni interpellati dallo stesso giornalista, sarebbe a conoscenza dei fatti intorno alla sparizione del gesuita.

“Non avevo – scrive Ricucci – le risorse e i contatti dei nostri servizi di intelligence, i quali invece sono in ottimi rapporti con i loro colleghi turchi, iracheni e anche curdi. L’Italia ha provato a cercare informazioni su Padre Paolo mettendo sotto torchio i prigionieri dell’Isis?”.

La domanda non è banale. Sono anni che la Farnesina è in silenzio, pare brancolare nel buio. Da due anni la città di Raqqa è stata liberata. I nostri servizi sono lì? Stanno lavorando al recupero delle informazioni? C’è una volontà di fare luce su quanto accaduto? Non è banale porre questa domanda, alla luce del fatto che sono state scoperte molte fosse comuni, dove i miliziani hanno ammassato i cadaveri delle loro vittime.

“Ho appreso sul posto – scrive Ricucci su Africa Express – che l’Italia non ha mai avanzato alle autorità civili di Raqqa la richiesta di cercare le spoglie di Padre Paolo nelle fosse comuni che sono state scoperte”. Avere una certezza, in un verso o nell’altro, è importante per la famiglia e, poi, per gli amici. Paolo non deve rimanere un’immagine sfocata: un mistero che per me qualcuno lascia volontariamente irrisolto.

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