Il presente si è trasformato improvvisamente in futuro. Perché dopo mesi di voci neanche troppo sussurrate su un suo possibile addio, ieri sera Stefano Pioli è stato confermato sulla panchina del Milan anche per la prossima stagione. Anzi, per le prossime due stagioni. Un rinnovo che ha fatto saltare l’arrivo di Ralf Rangnick, profeta di un calcio cibernetico e demiurgo del “Modello Red Bull”, che oltre al ruolo di direttore sportivo voleva anche quello di allenatore. Una scelta importante, che non premia solo il lavoro svolto dal tecnico di Parma (imbattuto dalla ripresa del campionato con 7 vittorie e 2 pareggi, con l’Europa League che è tornata a portata di mano), ma che per mostra anche la volontà della società di non ricominciare con l’ennesimo progetto tecnico del post Allegri. Perché da quando Berlusconi ha silurato “Acciughino”, il Milan si è trasformata in una squadra capace di cannibalizzare un allenatore dietro l’altro. E soprattutto di bruciare i suoi stessi figli, quelli che al Diavolo hanno dato tanto sul campo e che si sono visti improvvisamente gettati in prima squadra, in una speranza che il copia incolla di quanto fatto dal Barcellona con Guardiola potesse creare dei vantaggi. Tecnici non di primo piano che hanno guidato una squadra dal tasso tecnico piuttosto leggero ma dal blasone molto pesante. Inanellando un esonero dietro l’altro. Ecco chi sono.

Marco Giampaolo – Dal 19 giugno 2019 all’8 ottobre 2019. 7 partite in Serie A (3 vittorie e 4 sconfitte), 1,29 punti a partita. Risultati: Esonerato.
“Testa alta e giocare a calcio. Cercherò i risultati attraverso il gioco, un modo di essere, una identità. Serve grande ambizione”. Marco Giampaolo si era presentato al Milan con una frase che era diventata un tormentone e con l’endorsement di Boban: “È stata una decisione facile, calcisticamente super logica. Marco porta il bel gioco che ha sempre contraddistinto il club. Paolo mi ha chiesto chi pensassi fosse un allenatore da Milan e io gli ho risposto Giampaolo. Paolo mi ha poi confessato che nella sua testa c’era già solo lui”. Ma l’idillio finisce presto. Già all’esordio contro l’Udinese. I friulani vincono 1-0 e il tecnico de Milan, che per tutta l’estate aveva provato il 4-3-1-2, ammette in diretta: “Probabilmente serve un altro modulo”. Non il massimo. Il gioco latita, le formazioni cambiano, i giocatori più tecnici vengono lasciati fuori. Il 3-1 incassato dalla Fiorentina è la goccia che fa traboccare il vaso e che porta all’esonero di Giampaolo, il tecnico con la media punti più bassa nella storia recentissima del Milan.

Gennaro Gattuso – Dal 28 novembre 2017 al 28 maggio 2019. 61 partite in Serie A (30 vittorie, 19 pareggi, 12 sconfitte), 1,79 punti conquistati a partita. Risultati: 6° posto, 5° posto.
“Non mi preoccupa nulla, solo la morte”. È il 7 maggio del 2019 e Gennaro Gattuso ostenta sicurezza. Anche se mancano tre settimane alla fine del campionato e la sua panchina ha iniziato a scricchiolare. Ringhio si trova in bilico. Era arrivato un anno e mezzo prima accompagnato dallo scetticismo generale. Non aveva avuto esperienze di primo piano come allenatore, ma la complessità delle situazioni in cui aveva lavorato lasciava ben sperare. In un periodo particolare della storia rossonera, Gattuso si è però trovato a caricarsi sulle spalle più responsabilità del previsto. L’ex centrocampista ha sempre ammesso i suoi errori, si è preso le colpe di ogni singola sconfitta, ha protetto il gruppo. L’esordio in A è da incubo. A dicembre il Milan vola a Benevento, ultimo in classifica con ancora zero punti. Il Diavolo è in vantaggio per 2-1 quando, a 5’ dalla fine, il portiere dei campani Brignoli trova il gol del pareggio. Da quel momento il Milan cresce. Ma non abbastanza. Per 18 mesi il Milan si trova a galleggiare. Ottiene risultati non eccezionali ma comunque dignitosi, esprime un gioco non eccezionale ma comunque dignitoso. Nella seconda stagione Gattuso si ritrova a fare i conti prima con un Higuain con la testa altrove e poi con un Piatek che segna solo su rigore. E non riesce neanche a risolvere il rebus Paquetà. Alla fine chiude quinto. Non ha convinto tutti ma ha portato comunque a casa un risultato in linea con la rosa a sua disposizione. Non basta, Elliott vuole una rottura rispetto al passato e chiama Giampaolo. Una mossa che non si rivelerà illuminata.

Vincenzo Montella – Dal 1° luglio 2016 al 27 novembre 2017. 52 partite in Serie A (24 vittorie, 11 pareggi, 17 sconfitte), 1,60 punti a partita. Risultati: Supercoppa Italiana e 6° posto finale, esonerato a stagione in corso.
Dopo aver portato la Fiorentina al quarto posto per tre anni consecutivi, al termine del 2014/2015 Montella lascia la Viola fra le polemiche. E sarà proprio quella la svolta della sua carriera. In negativo, ovviamente. L’esperienza sulla panchina della Sampdoria nella stagione successiva è già un campanello d’allarme importante: su 26 partite ne perde 14, i successi si fermano a quota 6. Una miseria. I blucerchiati chiudono quindicesimi, con appena 2 punti di vantaggio sul Carpi retrocesso. “Con il Milan ho conquistato l’ultimo trofeo rossonero – ha detto alla Gazzetta dello Sport – Ho letto che Galliani tiene l’immagine di quella Supercoppa nel cellulare. Non valuto un fallimento la mia esperienza. Non mi hanno dato il tempo di lavorare”. I dirigenti rossoneri non la pensano allo stesso modo. A sceglierlo sono Berlusconi e Galliani, che nel frattempo trattano la cessione ai cinesi. E pur di averlo decidono di pagare un milione alla Sampdoria. Il suo Milan non è tecnicamente eccelso (Bacca rimane ancora un mistero), eppure al giro di boa del campionato 2016/2017 è terzo. A Milano si illudono di riuscire a vedere il bel gioco fatto vedere con la Fiorentina. Invece il motore dell’aeroplano si inceppa. A gennaio arrivano tre k.o. di fila, mentre nelle ultime 7 giornate il Diavolo vince una sola partita. Alla fine il sesto posto e l’accesso all’Europa League salva stagione e tecnico. L’annata successiva è l’inizio di una nuova era rossonera. La nuova proprietà cinese investe quasi 250 milioni sul mercato. Arrivano 11 giocatori nuovi, su tutti Leonardo Bonucci che ottiene anche la fascia di capitano. Dopo una campagna acquisti così importante, però, il quarto posto è l’obiettivo minimo a cui puntare. Montella, però, fatica a trovare un’identità di squadra. Cambia in continuazione. Uomini e moduli. Il turnover viene applicato in maniera massiccia, tanto che il tecnico non schiera mai la stessa formazione. Anzi, alterna anche lo schieramento in campo: 4-3-3, 3-5-2 – 3-4-2-1. I risultati non cambiano molto. Dopo la sconfitta in casa col Torino, la qualificazione in Champions diventa una chimera dopo neanche un girone: -11 dal quarto posto ed esonero servito.

Cristian Brocchi – Dal 13 aprile 2016 al 30 giugno 2016. 6 partite in Serie A (2 vittorie, 2 sconfitte e 2 pareggi), 1,33 punti a partita. Risultati: 7° posto, finale di Coppa Italia persa controlla Juventus.
“Berlusconi ha iniziato a incuriosirsi nei confronti del mio gioco. E ha iniziato a prendere informazioni”. Nella conferenza stampa di presentazione, Cristian Brocchi spiega come il Cavaliere si è innamorato del suo modo di allenare. E in seguito all’esonero di Sinisa Mihajlovic, l’ex centrocampista rossonero viene promosso dalla Primavera alla prima squadra. “Abbiamo identificato in Brocchi la persona che può dare scossa al Milan anche se Sinisa ha ottenuto risultati portandoci in finale di Coppa Italia. E con Sinisa l’atmosfera era perfetta. La maggior parte dei giocatori era con l’allenatore”. La scossa, però, non arriva. Il 4-3-1-2 disegnato da Brocchi non basta a mettere energia nelle gambe di una squadra anemica. Il Diavolo chiude settimo e perde la finale di Coppa Italia. A Berlusconi sembra bastare, tanto che cerca di confermarlo, ma Galliani lo convince a scegliere Montella.

Sinisa Mihajlovic – Dal 16 giugno 2015 al 12 aprile 2016. 32 partite in Serie A (13 vittorie, 10 pareggi, 9 sconfitte), 1,53 punti a partita. Risultati: esonerato
Quando Silvio Berlusconi si presenta in conferenza stampa ha la faccia sollevata di chi si è tolto un peso. E quel peso si chiama Sinisa Mihajlovic. “Io rivendico con orgoglio tutte le mie scelte dalla prima all’ultima, e cioè quella di correggere, con il cambio dell’allenatore, un trend di gioco non all’altezza della storia dell’A.C – dice – Milan perché, diciamolo chiaro, al di là dei risultati, non abbiamo mai visto il Milan giocare così male”. Dopo due stagioni alla Sampdoria, culminate con l’accesso ai preliminari di Europa League, il serbo sembrava l’uomo adatto a guidare l’ennesima ricostruzione rossonera. Un gioco non entusiasmante e una serie negativa di tre sconfitte e due pareggi gli costano l’esonero. Ciò che Mihajlovic lascia in eredità ai suoi numerosi successori, però, assomiglia molto a un piccolo tesoro. È lui a promuovere titolare Gigio Donnarumma dopo averlo fatto esordire in Serie A a 16 anni e 8 mesi. Ed è sempre Mihajlovic ad aver acquistato un giovanissimo Alessio Romagnoli dalla Roma per 25 milioni. Una cifra che ora suona come un vero affare.

Filippo Inzaghi – Dal 9 giugno 2014 al 16 giugno 2015. 38 partite in Serie A (13 vittorie, 13 pareggi, 12 sconfitte), 1,37 punti a partita. Risultati: 10° posto, esonerato.
Basta guardare la classifica per capire le dimensioni del fallimento. Il Milan di Filippo Inzaghi aveva chiuso al decimo posto, con appena 52 punti conquistati. Il risultato peggiore del Diavolo da quando il campionato era stato allargato a 20 squadre. Un bottino così magro da cancellare anche quelle cose buone che aveva fatto Inzaghi: puntare su El Shaarawy e affidare a Menez il ruolo di falso nueve. Il Milan non brilla e il calciomercato non aiuta, con la parola ridimensionamento che può essere solo sussurrata (anche se il mercato di gennaio con Destro, Paletta, Suso, Cerci, Bocchetti vale più di mille esplicitazioni). A fine anno l’addio è inevitabile.

Clarence Seedorf – Dal 16 gennaio 2014 al 9 giugno 2014. 19 partite in Serie A (11 vittorie, 2 pareggi e 6 sconfitte), 1,84 punti a partita. Risultati: 8° posto, esonerato.
“No el capisse un casso”. Berlusconi prende in prestito il dialetto veneto per silurare Massimiliano Allegri. Eppure il presidente del Milan non sa ancora che il dopo “acciughino” sarà molto più difficile del previsto. Per la ripartenza il Cavaliere sceglie Clarence Seedorf, uno che sul campo è stato molto più di un punto di riferimento per il Milan. “Con Seedorf qualcosa è cambiato – dice Abbiati a Milan Channel – Certamente ha portato nuovi metodi di lavoro e nuove idee”. E i giocatori sembrano apprezzare. Il Milan vince il derby alla terzultima giornata ma non basta. Seedorf comincia ad avere frizioni con Berlusconi sulle scelte tattiche (soprattutto non far giocare Balotelli con Pazzini), sulla gestione dello spogliatoio e sul rapporto con Galliani e Tassotti. “Clarence non mi ascolta, tanto valeva che mi tenessi Allegri”, dirà Berlusconi. Una frase che è l’inizio di un addio che porterà a Milanello una lunga serie di allenatori. Tutti destinati a sentirsi di passaggio.

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