Se il campionato fosse iniziato a metà giugno, dopo la pausa forzata per il Coronavirus, il Milan sarebbe primo in classifica. Se non ci fosse stata la sciagurata parentesi di Giampaolo, chissà dove sarebbero i rossoneri a questo punto. Se il Milan fosse una squadra normale, Stefano Pioli, principale artefice di questo piccolo miracolo, sarebbe confermato e starebbe già programmando la prossima stagione. Ma, nel bene o nel male, il Milan una squadra normale non è, e Pioli sta finendo il campionato con le valigie in mano, in attesa dell’ennesima rivoluzione.

I numeri non mentono: complice il lockdown (ma segnali incoraggianti si erano visti anche prima), il Milan di Pioli in questo momento è forse la miglior squadra della Serie A, insieme all’Atalanta. Imbattuta da quando si è tornati in campo, con 6 vittorie e 2 pareggi in otto gare, i rossoneri viaggiano ad una media-scudetto da 2,5 punti a partita. Vincono, convincono e pure divertono, con addirittura 25 gol fatti. Da non crederci, a ripensare alla squadra timorosa e balbettante di inizio stagione, che segnava col contagocce e rimediava figuracce. Un ruolo l’ha sicuramente avuto l’arrivo di Ibrahimovic, ancora decisivo a 38 anni suonati, molto più di quanto dicano le sue statistiche individuali: al netto dei suoi 5 gol e 4 assist, ha ridato riferimenti e personalità a un gruppo giovane e spaesato. I meriti maggiori però sono di Pioli, che con lavoro e pazienza è riuscito a rimettere in piedi una stagione disgraziata. Guardando calendario e classifica, non è impossibile che il Milan riesca a chiudere addirittura al quinto posto. Sarebbe oggettivamente un trionfo.

Tutto questo, con buona probabilità, non basterà a Pioli per guadagnarsi la riconferma. Non è un mistero che la società, in particolare l’amministratore delegato Ivan Gazidis, abbia deciso di puntare tutto su Rangnick, il manager-allenatore (più manager che allenatore in realtà, a guardare i risultati) che ha guidato con successo lo sbarco del gruppo Red Bull nel pallone, al Salisburgo e al Lipsia, di cui è stato in certi momenti oltre che direttore tecnico anche allenatore (un 3° posto nel 2019 il suo record). Qualcuno, alla luce degli ultimi risultati, ipotizza che i due possano addirittura coesistere, che Rangnick possa scegliere Pioli come suo uomo di campo per concentrarsi sulla parte più dirigenziale. Tutto può essere, ma la convivenza pare difficile, perché il tedesco vorrà giocarsi tutte le sue carte (e forse lo stesso Pioli non accetterebbe una panchina “dimezzata”). Dunque, salvo sorprese, via Pioli, ecco Rangnick. Un po’ come un anno fa se n’era andato Gattuso per scommettere su Giampaolo. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

Non resta che interrogarsi sulla scelta della società. Il club ha deciso di affidare la nuova era Elliott al “visionario” Ralf, non al “normalizzatore” Stefano. È facile da capire: con tutto il rispetto, il Milan è più grande di Pioli, ottimo allenatore di medio-alta classifica, che in una big ha funzionato sempre da traghettatore. È più difficile da condividere: mandare via Pioli adesso, con ben vivo il ricordo della sua striscia di risultati positivi, rischia di diventare un errore fra pochi mesi, specie nel calcio italiano dove non esiste pazienza e tutti i proclami di progetti a lungo termine (come sicuramente sarà quello di Rangnick) devono fare i conti inesorabilmente con la necessità di vincere subito. Il Milan sogna ancora da grande, preferisce il fascino dell’ignoto alla realtà, neanche troppo noiosa, del presente. Presto anche questo campionato andrà in archivio come l’ennesima stagione di ricostruzione rossonera e inizierà una nuova era, quella di Rangnick. Sperando di non rimpiangere la normalità di Pioli.

Twitter: @lVendemiale

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Milan, su Pioli incombe lo sfratto a favore di Rangnick. Ma il confronto non regge

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