di Monica Valendino

Che l’olandese al volante, il premier Mark Rutte, stia facendo campagna elettorale anticipata da proporre ai suoi cittadini come vittoria sugli altri stati europei è cosa assai probabile. Ma nella sua lotta contro i mulini a vento (degli altri) c’è un piccolo fondo di ragione: “regalare” tanti soldi a stati come l’Italia, ma non solo, che da sempre hanno fatto dello sperpero e della corruzione un loro vezzo nazionale è non solo politicamente corretto, ma anche necessario visto che il “recovery fund” dice che alla fine, se tutto va bene, il Belpaese riceverebbe una somma di circa 160 miliardi (tra bonus e prestiti). Una cifra che, come stiamo già vedendo dagli allarmi lanciati dall’anticorruzione e dal Ministero dell’Interno, fa tanta gola alle mafie.

Per questo il presidente Conte deve rassicurare i diffidenti (detti anche frugali, anche se mai termine è apparso più ridicolo) con progetti e non solo con intenzioni. Poche opere pubbliche ma indispensabili, basta con la lobby del cemento, basta con cantieristica superflua (vedi Tav che perfino a Lione mettono in discussione ora), basta con gare d’appalto senza controlli rigidi, basta con leggi che sperperano i soldi dove non serve e che li centellinano dove serve, avanti con la lotta all’evasione e all’elusione (proprio verso i paradisi come l’Olanda) e riforma del settore pubblico (scuola in primis).

I 5s con il Pd hanno dato via a un nuovo corso, ma che per ora a causa di una maggioranza troppo eterogenea rimane sulla carta, anche a causa di loro conflitti interni che vanno risolti al più presto. Perché una maggioranza solida nei fatti e non a parole è il primo biglietto dia visita da presentare agli scettici.

Servono riforme, ma senza buttare via anche quel che di buono è stato fatto in questa legislatura. Mai come in questo periodo il Reddito di Cittadinanza si è rivelato uno strumento essenziale, al quale va abbinato anche un Reddito Universale (chiesto anche da Papa Francesco). Ma per arrivarci serve anche fare autocritica sullo strumento attuato forse troppo frettolosamente. Senza una riforma del mondo del lavoro, degli uffici di collocamento privati, senza un accordo pieno con i sindacati rischia di diventare una buona legge che lascia troppe falle aperte.

Serve coraggio dunque, perché l’accordo finale sugli stanziamenti europei potrebbe arrivare anche in autunno e mai come oggi quei soldi servono per cambiare davvero l’Italia.

Ma l’atteggiamento olandese e degli stati che osteggiano a prescindere non mostra solo una richiesta di sicurezza nei fondi elargiti, ma sottolinea ancora di più come l’Unione Europea deve ripartire da dove si era interrotta, ovvero dal no di Irlanda e Danimarca alla Costituzione. Senza delle fondamenta, senza una pietra angolare su cui edificare i 27 stati membri (17 euro più 10 ancora con moneta propria) rischia di essere solo un’evoluzione anacronistica del Mercato comune degli anni Ottanta del secolo scorso.

L’Europa è a un bivio che il virus ha messo davanti in forma ancora più drammatica: o si rifonda tutto ponendosi come obiettivo una confederazione federale, oppure tutti rischieranno di essere fagocitati da chi i soldi li ha (Cina, Stati Uniti, Russia) e che non vede l’ora di dividere ulteriormente un continente che gli è solo d’intralcio.

La storia mondiale passa da Roma, da Berlino, da Rotterdam, da Madrid, da Vienna, da Parigi, da Budapest come da sempre è stato: solo che questa volta la sfida è capire che i nazionalismi e i populismi sono un controsenso in termini se si vuole davvero crescere come comunità.

Purtroppo però nel Vecchio Continente sono proprio i leader che devono parlare alla pancia dei loro cittadini che prevalgono, come se ogni singola nazione sperasse da sola di poter arginare un’ondata che ancora non si sa bene quanto riuscirà a travolgere tutto e tutti.

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