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di Maurizio Donini

“Ci abbiamo rimesso un sacco di miliardi per entrare nell’euro, ora non vorrei ce ne rimettessimo altrettanti per uscirne. La mia paura è che finiremo cornuti e mazziati”, questo è quanto dichiarato dal leader della Lega Matteo Salvini il 1 marzo 2018 intervistato da Nicola Porro. Sinceramente lasciamo decidere a Salvini in merito alle locuzioni, se non “cornuto e mazziato”, sicuramente è definibile economicamente un ignorante funzionale, o perlomeno è funzionale al bacino elettorale in cui pesca.

I fatti raccontano che il 31 dicembre 1998 vennero fissati irrevocabilmente i tassi di cambio tra l’Euro e le monete nazionali di undici stati, tra cui la Lira, scambiata ad un tasso fisso di 1936,27. Con l’introduzione fisica della moneta unica il primo gennaio 2002 avvenne il cosiddetto “changeover”, o conversione, che portò a compimento l’unificazione monetaria dell’Eurozona.

Da subito si è diffusa la falsità di un cambio reale 1 a 2, in pratica un insensato raddoppio dei prezzi, il caffè da mille lire a un euro, tutto raddoppiato tranne gli stipendi in sintesi. Questa tesi è stata ampiamente alimentata dai sovranisti, non ultimo il nascente movimento grillino, ma risulta totalmente falsa, l’unico bene il cui prezzo è raddoppiato è stata la schedina del Superenalotto, passata appunto da mille lire a un euro. Per il resto l’inflazione si è fermata appena al 2,5%: se si pensa che i desiderata della Bce per un’inflazione ottimale chiamano il 2% si comprende come il percentile rilevato sia assolutamente in linea.

Abbiamo riportato il raddoppio della schedina, ma anche il fatto che per comodità i consumatori abbiano idealmente fatto un concambio di 1 a 2 per avere immediata comprensione dei nuovi prezzi ha inciso. Conteggiare il changeover come un euro per duemila lire anziché la realtà di £ 1936,27 comporta una percezione inflattiva aumentata del 3,3%.

La differenza tra l’inflazione percepita e quella reale, con la convinzione che i prezzi siano raddoppiati con il changeover e l’euro sia la causa di tutti i mali, è dovuta a una serie di fattori. Iniziamo con il fatto che i consumatori ricordano poco e male quali erano i prezzi dei beni in lire; poi subentrano i fattori ‘percettivi’: si notano gli aumenti di prezzo molto più che le diminuzioni. Ci si concentra sul raddoppio del prezzo di una pizza margherita, cosa ininfluente in termini di spesa a meno che se ne consumino tre al giorno, ma non sul drastico calo delle spese telefoniche oppure dei combustibili.

I fattori che creano una divergenza tra un aumento dei prezzi percepito pari al 100% a una realtà del 2,5-2,8% hanno fondamenti ‘sentimentali’ molto precisi. Si va dalla quota relativa all’acquisto di generi poco incisivi in assoluto, ma ad alta frequenza: ortaggi e frutta hanno subito aumenti anche del 30%. La percentuale in realtà fu dovuta soprattutto a motivi stagionali e meteorologici, ma essendo beni acquistati quasi giornalmente hanno ingenerato una sensazione generalizzata che si è estesa alla platea totale dei beni.

Altro aumento consistente si è avuto nella ristorazione, trend iniziato prima del changeover e terminato verso il 2001-2002: con il rifacimento (che ha un costo reale) dei listini i ristoratori ne hanno approfittato per allineare i prezzi ai costi e recuperare utile. Altri due fattori da tenere presente è che nei sentiments dei consumatori è molto più viva la percezione di aumento in caso di acquisto che la rilevazione dei prezzi in discesa: l’aumento medio è l’ovvio risultato del paniere totale, ma la percezione è diversa.

Così come cambia a seconda della classe economica dei consumatori, risultando più forte nelle classi meno abbienti, così come la percezione di aumento esagerato diviene maggiore nella parte di popolazione che era critica verso l’operazione di concambio già prima che questa avvenisse.

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