“Così il soviet del politicamente corretto uccide la libertà“. Con queste parole il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, annuncia che Vittorio Feltri non fa più parte dell’Ordine dei giornalisti. “Dopo cinquant’anni di carriera – scrive in un editoriale in prima pagina – si è dimesso dall’Ordine rinunciando a titoli e posti di comando nei giornali”. Poche ore dopo, ringraziando il collega per il suo articolo, è intervenuto lo stesso Feltri per spiegare la sua decisione all’Adnkronos: “Mi sono stancato, mi massacrano, mi stufano, mi fanno perdere tempo e devo pagare gli avvocati. Ma andassero a quel paese… non ce la faccio più, basta, fine, non cambierò idea, non torno indietro“.

Feltri, 77 anni, si è iscritto all’albo professionale nel 1971: l’esordio sull’Eco di Bergamo, il giornale della sua città natale, poi un passaggio al Corriere della Sera di Piero Ottone. Direttore dell’Europeo prima e dell’Indipendente dopo, nel 1994 prende le redini de Il Giornale dopo l’abbandono di Montanelli. Nel 2000 fonda Libero, che dirige da allora: spesso il quotidiano è stato criticato (se non proprio sanzionato dall’ordine) per i titoli dai toni sessisti o offensivi. “Mi rifiuto di essere processato per certe mie espressioni che non vanno a genio alla Corporazione che non mi pare sia abilitata a fare processi di questo tipo – dichiara Feltri all’Adnkronos – Vengo processato anche per dei titoli, ma si dà il caso che io sia il direttore editoriale e che ci sia un direttore responsabile. Quindi questi qui non sanno neanche che il direttore editoriale non risponde dei contenuti del giornale”. E aggiunge: “Sono nauseato e adesso ho anche intenzione di querelare tutti quelli che mi hanno ingiustamente tentato di perseguirmi”.

Proprio all’Ordine si rivolge Sallusti nel suo editoriale, accusandolo di “accanimento” nei confronti del collega: “Ma io immagino che sia una scelta dolorosa per sottrarsi una volta per tutte all’accanimento con cui da anni l’Ordine dei giornalisti cerca di imbavagliarlo e limitarne la libertà di pensiero a colpi di processi disciplinari per presunti reati di opinione e continue minacce di sospensione e radiazione”.

E prosegue evocando una censura ‘sovietica’: “Chi sgarra finisce nelle grinfie del soviet che, soprattutto se non ti penti pubblicamente, ti condanna alla morte professionale. A quel punto sei fritto: nessun giornale può più pubblicare i tuoi scritti e se un direttore dovesse ospitarti da iscritto sospeso o radiato farebbe “automaticamente la stessa fine. Se invece ti dimetti dall’Ordine, è vero che non puoi più esercitare la professione – e quindi neppure dirigere -, ma uscendo dal controllo politico puoi scrivere ovunque, senza compenso, come qualsiasi comune cittadino”. Lo stesso Feltri ha annunciato l’intenzione di mantenere il suo ruolo: “Il direttore editoriale posso continuare a farlo lo stesso, perché lo può fare chiunque anche un geometra”.

“Io mi auguro – conclude Sallusti nel suo editoriale – che le centinaia di colleghi ai quali negli anni Vittorio Feltri ha offerto lavoro e insegnato un mestiere, oggi abbiano un sussulto di orgoglio, e da uomini liberi facciano sentire la loro voce…mi auguro che Carlo Verna, presidente dell’Ordine abbia la forza di rifiutare le dimissioni e garantire a un grande collega la libertà che merita, perché se così non fosse da oggi nessuno di noi potrà sentirsi al sicuro. E auguro a Vittorio Feltri di scrivere liberamente, anche da non giornalista, fino a che Dio gliene darà la forza”.

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