Nel 2021 saranno esattamente 20 anni da quando Giovanni Malagò mise piede per la prima volta nella giunta del Coni. L’ambizione non gli è mai mancata, ma forse nemmeno lui poteva immaginare che avrebbe segnato un’epoca: il ventennio di Malagò. Che proseguirà anche oltre, fino al 2025, se dopo le Olimpiadi di Tokyo sarà rieletto con l’ennesimo plebiscito. Merito suo, delle sue conoscenze, e un pochino anche della politica, che gli ha riservato diversi dispiaceri (il no di Virginia Raggi alle Olimpiadi, l’attacco dei “barbari” della Lega che volevano detronizzarlo creando la nuova società “Sport e salute), ma pure qualche regalo. È grazie alla Legge Lotti, dal nome chi l’ha firmata, o legge Malagò, come è stata ribattezzata, che potrà ricandidarsi ancora: a inizio 2018 il provvedimento sul limite dei mandati ha fissato un tetto di tre per tutte le cariche sportive, compreso il Coni che prima era fermo a due.

C’è un piccolo comma, però, che mette in dubbio l’impero. E una sentenza che fa tremare il suo padrone. Quando fu approvata la Legge Lotti, colpo di coda del governo Pd, uno degli ultimissimi provvedimenti di quella legislatura, al Foro Italico esultarono come per un mondiale. Si dava per scontato che i tre mandati fossero da presidente. E quindi che Malagò, al suo secondo, ne avesse davanti un terzo. Il testo però non lo specificava esplicitamente, diceva solo che “il presidente e gli altri componenti non possono svolgere più di tre mandati”. Ma nella carica o nell’istituzione? Non è chiaro, vatti a fidare degli amici.

A sciogliere il dubbio potrebbe averci già pensato la Cassazione che nel maggio 2018, accogliendo un ricorso su beghe elettorali fra contabili, ha spiegato chiaramente cosa si intende per limite di mandati: “L’uso della congiunzione ‘e‘ tra le parole ‘i consiglieri’ e ‘il presidente’, accomunando le due cariche in un’unica proposizione, manifesta chiaramente l’intenzione del legislatore di attribuire rilievo, ai fini della maturazione del numero di mandati al mero esercizio delle funzioni di componente del consiglio”. Tradotto: per la Cassazione, chi ha fatto due mandati da presidente, ma prima è già stato consigliere, è ineleggibile. Ed è appunto la situazione di Malagò, presidente Coni dal 2013 al 2017 e dal 2017 ad oggi, ma già membro della giunta dal 2001 al 2003 e dal 2009 al 2013.

Certo, i giudici all’epoca stavano deliberando sul piccolo Ordine dei commercialisti di Roma e non sul grande Comitato Olimpico. Al Foro Italico, per nulla preoccupati, fanno notare che il n.1 del Coni è un funzionario designato dal Consiglio e nominato con decreto del presidente della Repubblica. Tutt’altra storia. Il Coni, però, è un ente pubblico tanto quanto l’ordine professionale. E le situazioni sono estremamente simili, tanto da poter fare giurisprudenza.

Non è un caso che un anno fa di questi tempi, l’allora sottosegretario Giancarlo Giorgetti inserì nella sua sconfinata riforma dello sport anche un articolo per il “riordino della disciplina in materia di limiti al rinnovo dei mandati”. C’è un dettaglio da considerare: il presidente Coni è membro pure della giunta, dove Malagò, se rieletto, tornerebbe per la quarta volta consecutiva. E ciò è contro la legge. Ci troveremmo di fronte al paradosso di un presidente del Coni che non può presiedere la sua giunta. Curiosamente, è una situazione analoga a quella di Marcello Nicchi, padre padrone degli arbitri italiani, che in caso di ennesima rielezione non potrebbe più entrare nel consiglio Figc, e che poco tempo fa fu messo nel mirino proprio dal Coni. Per questo a Palazzo Chigi tenevano in un cassetto la sentenza della Cassazione, utile per dare un’interpretazione definitiva alla confusa legge Lotti, il cui spirito avrebbe dovuto essere restrittivo: tre mandati, a prescindere dalla carica, poi basta. Magari differenziando tra Federazioni grandi e piccole, ad esempio in base ai tesserati, per evitare di decapitare gli organismi minori dove il ricambio è più difficile.

Oggi la questione è di nuovo d’attualità. Il governo è cambiato, il ministro Vincenzo Spadafora ha ereditato quella delega, di cui nelle prossime settimane, entro fine luglio, dovranno essere approvati i decreti attuativi. C’è in ballo la separazione delle competenze fra Coni e Sport e Salute, ma ciò che agita di più i palazzi dello sport è proprio il limite dei mandati. Le bozze sono ancora interlocutorie: si parla di confermare il tetto dei tre mandati, o addirittura di abbassarlo a due. In ballo c’è la poltrona di 40 presidenti federali che governano, sempre gli stessi, a volte da decenni, lo sport italiano: hanno quasi tutti superato il limite, ma a loro Lotti ha concesso un’ultima elezione “extra”, la cosiddetta “fase transitoria”, che qualcuno ora vorrebbe mettere in discussione per rimuovere le “incrostazioni di potere” nelle Federazioni.

Nemmeno Malagò è del tutto al riparo da brutte sorprese, anche se il Coni si appella all’autonomia dello sport e alla carta olimpica del Cio (che già una volta è sceso in soccorso). Con la spada di Damocle del precedente della Cassazione, una ricandidatura potrebbe essere oggetto di ricorso (e allora saranno i giudici a dover decidere). Servirà comunque un intervento. Per mettere fine a un’epoca o semplicemente per prolungarla ancora, consentendo un quarto mandato in giunta. Un’altra norma Malagò, l’ennesima.

Twitter: @lVendemiale

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