Tassi di interesse che superano i 1700% su base annua. Imprenditori in difficoltà economica che finiscono nella rete degli usurai, ricevono l’aiuto dei boss e da questi ultimi vengono utilizzati per portare messaggi alle altre vittime. È scattata stamattina l’operazione “Libera Fortezza”. La Dda di Reggio Calabria ha stroncato la cosca “Longo-Versace” di Polistena: 22 persone sono state raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Karin Catalano su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gaetano Paci e dai pm Giulia Pantano e Sabrina Fornaro.

Associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, esercizio attività finanziaria abusiva, detenzione illegali di armi, tutti aggravati dalla finalità e dal metodo mafioso sono i reati contestati agli indagati. Diciannove di questi sono finiti in carcere mentre a tre di loro è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. Al termine dell’indagine, condotta dai Carabinieri e dalla Guardia di finanza, la Direzione distrettuale antimafia ha disposto anche il sequestro di beni per oltre 5 milioni di euro.

L’inchiesta è iniziata nel 2014 quando un imprenditore locale ha confidato ai carabinieri le numerose difficoltà che stava attraversando e di essere sotto scacco della cosca di Polistena. La vittima, infatti, è stato costretto a contrarre diversi prestiti per coprire quelli precedenti. Il sistema era sempre lo stesso e vedeva la ‘ndrangheta che prima si sostituiva al normale circuito bancario e poi acquisiva, direttamente o indirettamente, la gestione e il controllo dell’attività delle sue vittime che subivano continue intimidazioni e minacce e vivevano, così, in una condizione di dipendenza economica e psicologica da parte degli usurai.

Questi ultimi, inoltre, a garanzia dei prestiti pretendevano assegni “in bianco” che poi venivano riciclati, con la compiacenza di altri imprenditori, in altre attività. Dall’inchiesta è emerso quello che il procuratore Bombardieri, in conferenza stampa, ha definito “un organismo criminale che si poneva come risolutore di vertenze tra privati”.

Ritornando all’usura, la Guardia di finanza ha riscontrato che i prestiti che la cosca concedeva agli imprenditori superavano il tasso “soglia” previsto dalla legge oltre il quale, nella restituzione del denaro, si consuma il reato di usura. Gli investigatori, infatti, hanno calcolato circa 144mila euro di interessi indebitamente corrisposti dalle vittime agli indagati che non esitavano a convincere gli imprenditori usurati con metodi mafiosi.A fronte di un prestito di 15mila euro, un imprenditore ha restituito in due anni ben 55mila euro di soli interessi restando sempre debitore del capitale ricevuto dalla cosca. Ogni mese la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi e questo fino a quando non fosse riuscita a restituire il capitale in un’unica soluzione.

Al vertice dell’associazione mafiosa, secondo i pm, c’erano Luigi Versace, Domenico Giardino e Diego Lamanna. Erano loro che valutavano la “solvibilità” dei debitori mentre Vincenzo Rao sarebbe stato il “contabile” delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte.Il controllo del territorio, invece, spettava agli indagati Claudio Circosta, Francesco Circosta, Fabio Ierace, Francesco Longo, Cesare Longordo, Vincenzo Politanò, Maria Pronestì, Antonio Raco, Mariaconcetta Tibullo, Andrea Valerioti e Antonio Zerbi. Questi, ritenuti affiliati alla cosca, avevano il compito di procacciare le vittime e di riscuotere le “rate” del prestiti a usura.

A Polistena non si poteva nemmeno avviare un bar pasticceria. Due imprenditori che ci hanno provato sono stati “convinti”, attraverso minacce, a desistere da Giovanni e Francesco Domenico Sposato per favorire il bar di Mariaconcetta Tibullo. Il procuratore Giovanni Bombardieri, durante una conferenza stampa, ha spiegato i dettagli dell’operazione: “L’inchiesta non si ferma. – ha affermato il magistrato – Speriamo di dare coraggio alle vittime di questa cosca perché devono avere fiducia nello Stato”. Per il procuratore aggiunto Gaetano Paci a Polistena c’era “una signoria di tipo feudale che di fatto decideva le sorti di un’intera comunità”.

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