Ci sono gli esclusi perché formalmente risultano occupati, anche se nei fatti non lavorano e non guadagnano nulla. I cococo lasciati a casa prima del 23 febbraio. I lavoratori occasionali che guadagnano talmente poco da non avere nemmeno l’obbligo di iscrizione all’Inps. E gli autonomi beffati da un dettaglio: come il fatto che il conto corrente usato anche per i pagamenti della ditta individuale fermata dal lockdown ufficialmente risulta “aziendale”. Per loro niente bonus da 600 euro: il decreto Rilancio ha allargato alcuni paletti, ma qualcuno è comunque rimasto fuori. Mentre liberi professionisti e cococo studiano i requisiti per ricevere la nuova indennità di 1000 euro prevista per maggio, tanti non hanno visto un soldo nemmeno per marzo e aprile. E ora hanno come unica alternativa il Reddito di emergenza. Una serie di casi che hanno raccontato loro stessi scrivendo a ilfattoquotidiano.it

Esclusi perché “assunti”. Ma senza reddito – Le situazioni più complicate sono quelle di chi sulla carta ha un contratto da dipendente. “Fino all’anno scorso lavoravo per Alpitour con contratti a tempo determinato che venivano puntualmente rinnovati”, racconta Daniela Sassi, che per il tour operator organizzava viaggi. Dopo il decreto Dignità i continui rinnovi non sono più stati possibili e a quel punto Daniela e i colleghi sono stati assunti da agenzie per il lavoro che li inviano ad aziende terze in “somministrazione“. “A fine marzo è scaduto il part time verticale per Alpitour e a causa del lockdown l’incarico non è stato esteso. Quindi di fatto sono a zero ore e zero stipendio. Ma essendo assunta non ho diritto ai 600 euro né alla Naspi“. Perché il decreto Rilancio ha “ripescato” i somministrati ma solo a patto che il loro contratto sia cessato. La Nidil Cgil di Milano sta trattando con l’agenzia perché attivi almeno dei corsi di formazione qualificanti ai fini della ricollocazione, procedura che in base al contratto nazionale prevede anche un compenso ad hoc, come spiega la segretaria generale Claudia Di Stefano.

Un altro “somministrato” rimasto a piedi perché senza incarico è Fabio, che fino a quando il lockdown ha fermato le partite lavorava allo Stadio San Siro come steward. “Ora faccio quattro ore ogni due giorni come manutentore a Canale 5, a chiamata”, racconta. Tramite Nidil ha fatto domanda di reddito di emergenza.

“Lavoro a chiamata e mia moglie è clown dottore: nessun aiuto”Francesco invece organizza eventi ed è socio di una cooperativa con cui ha un contratto di lavoro a chiamata. “Ho fatto domanda di bonus come lavoratore dello spettacolo e mi hanno escluso perché ho un contratto da dipendente. Dopo il decreto Rilancio, che ha incluso gli intermittenti, ci ho riprovato. Ma ancora niente”. Nel frattempo ha ottenuto circa 500 euro di disoccupazione, già agli sgoccioli perché i contributi versati erano pochi. Intanto la moglie, assunta a marzo come clown dottore con un cococo, ha chiesto anche lei l’indennità ma quel contratto ancora “non risulta” all’Inps. Con due figli di cui uno sotto i tre anni, speravano almeno nei buoni spesa del Comune, nel suo caso Roma. Ma la risposta è stata negativa.

Pagata a ore dal call center: a maggio non le spetta nulla Marta Neri è stata più fortunata perché a marzo e aprile ha preso i 600 euro. Ma a maggio non le spetterà nulla perché il suo contratto cococo formalmente è ancora valido, e il decreto Rilancio riconosce l’indennità (maggiorata a 1000 euro) solo a chi alla data di entrata in vigore avesse cessato il rapporto di lavoro. “Ma io sono pagata a tariffa oraria, 7,6 euro lordi all’ora con turni che variano di settimana in settimana”, spiega lei. “E sono a casa dal 22 febbraio. Facciamo indagini di mercato e con il Covid la domanda di questo servizio è calata”. Risultato: l’ultima busta paga è arrivata a gennaio ed era di 474 euro. Una settimana fa è tornata al lavoro: quattro ore al giorno per un totale di 30 euro lordi.
La platea dei cococo esclusi è ampia, spiega Lucia Grossi, segretaria generale della Uiltemp: “Ci sono anche i cococo e collaboratori occasionali con contratto cessato prima del 23 febbraio“, che con il blocco delle attività si sono ritrovati rimasti fermi e senza concrete prospettive di trovare un’alternativa. E ci sono anche gli occasionali con compensi inferiori ai 5mila euro annui: fino a quella cifra non c’è l’obbligo di iscrizione alla gestione separata per cui paradossalmente l’aiuto dell’Inps non spetta. La Nidil Cgil Sicilia ha avvertito che questa tagliola lascia fuori dal sostegno migliaia di persone impiegate nel turismo, nella logistica, nella formazione e nei call center.

Domanda bloccata perché l’ex moglie ha il reddito di cittadinanza – Non mancano i casi limite come quello di Massimo Raniero, programmatore e sviluppatore di siti internet in difficoltà già prima della pandemia, che ora ha il conto in rosso e la domanda all’Inps respinta perché la moglie, da cui si è separato a febbraio cambiando residenza, riceve il reddito di cittadinanza. Che peraltro in base al decreto Rilancio può essere integrato con il bonus, a patto che sia inferiore ai 600 euro. “La procedura Inps riconosce il mio esito precedente e non mi permette di inoltrare una nuova domanda“, scrive al fattoquotidiano.it. “Ho allora pensato di richiedere il Reddito di emergenza, ma pochi giorni fa ho ricevuto una mail da Inps in cui anche questa mia richiesta viene respinta. Intanto ho spedito decine e decine di curriculum, ma il post-Covid e la mia età non giocano a favore”.

I titolari di assegni di invalidità riammessi in extremis – Poi ci sono le esclusioni-beffa risolte in extremis dopo mesi di attesa. Per esempio i titolari di assegni di invalidità, che in base al decreto cura Italia non avevano diritto al bonus, sono stati riammessi dal decreto Rilancio e automaticamente ripescati dall’Inps che ha versato il dovuto. E’ successo a Stefano Bottari, agente di commercio con indennità di invalidità parziale di 110 euro al mese per un vecchio intervento con conseguenze permanenti sulla capacità lavorativa: il 5 giugno ha ricevuto sul conto i 600 euro di marzo e quelli di aprile. Edoardo Fiumalbi, artigiano, per uscire dal vicolo cieco della domanda rifiutata ha dovuto invece aprire un nuovo conto corrente: “L’Inps sosteneva che non era intestato a me, ma l’Iban era corretto. Un impiegato del call center mi ha riferito che nella mia situazione ci sono migliaia di partite Iva con richieste bloccate da questo “errore di sistema”. Ci è voluto un mese e mezzo per svelare l’arcano: “Il conto che uso sia per lavoro che per la vita privata non andava bene perché “aziendale“, anche se registrato col mio codice fiscale”.

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