Ho letto la lettera della cantante lirica Sara Mingardo, apparsa qualche giorno fa, su il Fatto Quotidiano del 26 maggio. Dalle sue parole scritte con profonda amarezza e rabbia, mi è tornato in mente il mio post pubblicato qualche settimana sul film La Vergogna di Bergman. Infatti un aspetto di quel film dimenticato oggi riecheggia drammaticamente rispetto alla situazione di molti artisti o lavoratori dello spettacolo: l’emarginazione nel quale sono costretti a vivere.

Ma qui non si tratta di parlare di artisti che vivono alla giornata ma di artisti che hanno competenze e professionalità. Professioni che richiedono sacrifici e disponibilità per portare avanti la propria formazione. I cantanti lirici sono infatti un esempio di quel folto gruppo di professionisti che forma il gusto e la conoscenza, ma anche la coscienza, di un pubblico nei confronti della musica.

Come i due protagonisti de La Vergogna di Bergman, costretti a vivere ai margini a causa di un conflitto bellico, molti artisti si trovano a vivere in una condizione di inesistenza professionale, a causa della crisi post-Covid. Santa libertà e fragilità dell’arte”, riprendendo l’esclamazione del colonnello Jacobi del film di Bergman, oggi quell’invocazione diventa una profonda verità ma di una società ad oggi evoluta e sviluppata.

Una vergogna invece che continua a essere vissuta da parte di alcuni professionisti nell’incapacità di ottenere risposte valide e una considerazione da parte delle istituzioni come un qualsiasi cittadino lavoratore. Come se fare un certo tipo di professione fosse meno importante di tante altre (qualche ministro qualche anno fa sosteneva che con “la cultura non si mangia”), in un paese che è la culla di questa disciplina.

Se un musicista rinuncia a cantare non è solo per disperazione ma anche per un profondo atto di protesta: un mondo senza musica è un dramma non solo per l’artista ma anche per l’umanità.

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