In questo periodo di isolamento ho avuto modo di recuperare un capolavoro di Ingmar Bergman, La vergogna (Skammen).

La pellicola del 1968, realizzata nove anni dopo Il Settimo Sigillo, con Max Von Sydow e Liv Ullmann, nei panni di una coppia di musicisti, racconta l’attacco militare in un paese rurale svedese. Jan e Eva vivono in una cascina coltivando piccoli frutti e allevando qualche gallina, prima che il loro privato venga scosso e spezzato nelle loro certezze. Il loro vivere isolati sembra un sopravvivere ad una situazione dalla quale non sono esclusi: la loro dimora è il rifugio alla situazione di incertezza ma non la soluzione.

Il conflitto al quale Bergman si riferiva era la guerra in Vietnam, nella messa in scena questo viene decostruito di ogni riferimento storico e geografico. All’uscita della pellicola Bergman venne criticato per la visione superficiale, eppure la rabbia capace di sconvolgere l’individuo e le proprie relazioni in un conflitto bellico rimane ancora inedita. Merito dell’interpretazione dei due protagonisti, capaci di trasmettere le proprie caratteristiche personali a due personaggi che vivono ai margini del conflitto. Jan che vive il terrore di non poter suonare, di non poter esibirsi più e Eva che per l’amore con Jan ha perso ogni posizione sull’attualità, sul presente.

Il film ritorna ancora oggi ad essere di un’attualità spiazzante, anche e soprattutto in questo momento: l’isolamento non esclude il contatto con un conflitto e porta a far emergere il limite umano nei confronti delle proprie scelte. La vergogna di non essere all’altezza di prendere una posizione, oppure di essere costretti a prenderla per non subire delle inevitabili conseguenze.

Il limite più grande rimane però quello di dimenticare e ancora di più non riuscire a ricordare. Il monologo sul finale di Eva, qui riportato per intero, esprime chiaramente questo stato:

Ho fatto un sogno. Percorrevo una bellissima strada, da un lato c’erano delle case tutte bianche con arcate, colonne, portici, mentre dall’altro lato c’era un vastissimo parco e sotto gli alberi, lungo tutta la strada, scorreva dell’acqua verde cupo. Sono arrivata a un alto muro: era completamente ricoperto di rose. Poi all’improvviso un aeroplano ha incendiato le rose. Io non avevo alcuna paura. Era tutto così splendido. Stavo lì a guardare nell’acqua e vi vedevo quelle rose bruciare. Io avevo una bambina in braccio, era nostra figlia. Si stringeva contro di me e sentivo che la sua bocca mi sfiorava la guancia e per tutto il tempo sapevo che dovevo ricordare qualcosa che qualcuno aveva detto e che io avevo dimenticato.”

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