C’è stato un tempo della mia vita in cui mi divertivo a creare buffi annunci per la mia segreteria telefonica, ne ricordo alcuni: non ci siamo, nemmeno voi ci siete, bip. Questa era la segreteria telefonica nichilista, poi optai per un centro benessere immaginario: siamo assenti e doloranti, lasciate un massaggio dopo il bip.

Ghezzi mi chiamò quando la mia segreteria recitava più o meno così: speriamo di essere momentaneamente assenti, in caso contrario fateci le condoglianze, bip. Ghezzi disse solo questo: “Non è poi così male l’assenza…”. Non ci siamo mai più risentiti e non ci siamo mai visti, se non al funerale di mio zio Roberto.

Ghezzi dedicò anche un bellissimo Fuori Orario a mio zio, e di questo gliene sarò sempre grato. Ghezzi è malato, non voglio dare nemmeno un nome alla sua malattia, so solo che frantuma i suoi gesti, il corpo del cinefilo si incarna in un metalinguaggio filmico, da Fuori Orario a Fuori Controllo, è diventato un montaggio sincopato, una dissolvenza incrociata tra due assoluti: il gesto e l’anti-gesto, la materia e il suo corrispettivo oscuro.

In questa sua lotta burattinesca contro la malattia, in questo suo “fuori sync” dell’ontologia del corpo, Ghezzi è diventato un martire della propria passione, anzi, lo è sempre stato: il suo amore per il cinema è religioso, è un fanatismo epidermico e visionario, ogni film vissuto e visto da Ghezzi diventa altro e diventando altro ritrova se stesso ma a un più alto livello di comprensione.

Sulla retina dei suoi occhi ci sono funamboliche allucinazioni che solo lui conosce e riconosce, ma che riesce a comunicare con precisione indefinita, lasciando nello spettatore quel “campo vago percettivo” che è solo un invito alla libertà, nient’altro che un invito amoroso alla libertà di interpretare, senza farsi ingabbiare dagli schemi, intrappolati in una continua verifica incerta, ma quanto è cara questa incertezza, quanto è liberatrice questa verifica che ha il suono delle “ricreazioni”.

La televisione italiana ha avuto molti professionisti di alto livello, alcuni geniacci come Arbore e Boncompagni, ma un solo genio (secondo me): Enrico Ghezzi. Ghezzi ha donato alla televisione un suo montaggio interno, un suo inconscio filmico: Blob. Blob non è una trasmissione, è un deposito allucinato, un collage di collage, un fiume carsico che esonda dal palinsesto e “blobbizza” tutto, da quando esiste Blob ogni trasmissione è un’appendice potenziale di Blob, Blob è la morte del dio catodico e al contempo è la glorificazione di questo altare vuoto, creatura post-pasoliniana, relitto demiurgico, gorgo visivo, palingenesi furtiva di ogni sgomento da salotto televisivo, un capolavoro televisivo e parafilosofico: Blob.

Si rischia l’eternità per avere fatto di ogni frammento un culto, e per avere donato a ogni telespettatore un piccolo “bricolage visivo” portatile con cui ricreare il mondo delle immagini indotte e prodotte, si rischia l’eternità per essere stati così gioiosamente mortali, così terrestri, così vicini alla pelle-pellicola dei film, in un brivido cinefilo notturno. Blob, Fuori Orario, Schegge, tutto un universo visivo che ha fatto esplodere la tv come il finale di un film di Antonioni, un atto terroristico puro, Ghezzi e Giusti sono stati i terroristi dei palinsesti inamidati, i mitografi di un nuovo immaginario cinefilo, i ladri di immagini più geniali della storia della televisione italiana.

E con questo post io voglio ringraziarli e ringraziare in particolare Enrico Ghezzi, lo ricordo al funerale di mio zio, si aggirava nella camera ardente come un sonnambulo e ho pensato che anche il suo dolore fosse solo un sogno, come questa nostra vita, un sogno lungo un giorno, forse meno, un’ora, forse ancora meno, un frammento, un fotogramma, un attimo di luce nelle tenebre.

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