I giocatori sono tutti dentro lo spogliatoio. Qualcuno si è già infilato sotto la doccia, gli altri puzzano ancora di sudore e champagne. Sono chiusi lì dentro da un bel pezzo, con la loro coppa, con le loro bottiglie mezze vuote, con le loro foto ricordo. Qualche decina di metri più in là Brian Clough cammina sul prato verde del Santiago Bernabeu. Avanza piano, con le mani alzate e con il sorriso ben stampato sulla faccia. Qualcuno dice che è il suo modo per ringraziare i quasi 9mila tifosi che hanno seguito la squadra fino in Spagna. Chi lo conosce bene giura che invece è lui che si sta facendo ringraziare, che sta celebrando un’altra messa profana dell’unica religione che conosce: il culto di se stesso.

Accanto a lui, anche stavolta, c’è Peter Taylor. Avanzano lentamente, con lo sguardo compiaciuto di chi sa di essere entrato nella storia. Perché in quella serata del 28 maggio del 1980 il Nottingham Forest ha battuto l’Amburgo e ha conquistato la Coppa dei Campioni. Per la seconda volta consecutiva. È stato sufficiente un gol, una sola misera rete, e la periferia è diventata di nuovo capitale. Clough e Taylor camminano uno affianco all’altro, nella penombra. Perché i vertici del Real Madrid non hanno apprezzato l’iniziativa dell’Amburgo, che in semifinale si era permesso di eliminare le meringhe. Quella finale avrebbero dovuto giocarla loro. Anche se dopo aver vinto per 2-0 la gara di andata erano stati sconfitti per 5-1 nel return match del Volksparkstadion.

Così, dieci minuti dopo la consegna della Coppa, i blancos hanno deciso di spegnere i riflettori dello stadio. Una scelta che, per più di qualcuno, è stata una liberazione. Anzi, gli spettatori neutrali sarebbero stati addirittura felici di uno spegnimento anticipato del sistema di illuminazione. Perché quello che si vede in campo ha poco a che fare con lo spettacolo. I giornalisti locali si lanciano una paragone con la corrida: “L’Amburgo – dicono – sembra muoversi come un toro accecato dall’ira, il Nottingham Forest come matador che sa arretrare e colpire”. La verità è che la partita è un loop eterno, le azioni sono una pila di fotocopie sputate via una dopo l’altra da una macchina impazzita. Ma Brian Clough l’ha preparata così. Difesa e contropiede. Ancora e ancora e ancora. Solidità e ripartenze.

Fino al triplice fischio del signor António Garrido. Alla vigilia un giornalista si era presentato in conferenza stampa e aveva chiesto all’allenatore inglese come pensava di fermare Kevin Keegan. Clough aveva indossato la sua faccia di bronzo e aveva risposto a modo suo: “Non mi preoccupa Keegan, mi preoccupa più l’assenza di Trevor Francis”. Ed era vero, in parte. I rosso-Garibaldi non potevano contare sull’uomo che dodici mesi prima aveva steso il Malmoe e aveva portato a Nottingham la Coppa dei Campioni. Colpa di un problema al tendine di Achille che lo aveva inchiodato in tribuna già da qualche tempo. E visto che Clough non può schierare uno dei suoi uomini migliori, decide di rendere inoffensiva anche la stella dell’Amburgo. Keegan viene seguito, viene raddoppiato, viene contrastato. E se i giocatori biancorossi non riescono a prendere il pallone, si accontentano di buttarlo a terra.

L’inglese che gioca per i tedeschi viene soffocato per tutta la partita, 90’ durante i quali l’allenatore Branko Zebec non riesce a trovare una contromossa. L’Amburgo attacca a testa bassa. Con la schiuma alla bocca e con la rabbia che annebbia la mente. Ogni tiro in porta viene respinto da Shilton, ogni azione sulle fasce viene disinnescata, ogni manovra avvolgente viene stroncata. A fine primo tempo Zebec manda in campo Horst Hrubesch e gli chiede di mettere in mezzo più palloni possibile. Solo che ogni traversone dell’Amburgo è intercettato e allontanato da Kenny Burn e Larry Lloyd. Evidentemente Zebec non deve aver letto il vangelo secondo Clough, soprattutto quel versetto in cui l’allenatore predica il gioco palla a terra affermando che “Se Dio avesse voluto farci giocare a calcio tra le nuvole, avrebbe messo l’erba lì su”. L’unico acuto del Forest arriva al 20’, quando John Robertson controlla un pallone al limite dell’area e colpisce con il destro. È un tiro sporco, è un tiro perfetto. La palla supera Kargus e gonfia la rete.

Un solo tiro, un solo gol, un’altra coppa nella bacheca. Il numero 11 non ha neanche il tempo di girarsi che si ritrova sommerso dai compagni. Perché niente riesce a spiegare meglio di quel gol l’impatto che Clough ha avuto sul NottinghamForest. Cinque anni prima, quando Allan Brown sedeva sulla panchina dei rosso-Garibaldi, Robertson era poco più di un reietto, un giocatore paffuto e con il vizio del fumo che era pronto a lasciare la città di Robin Hood. “Il mio rapporto con Allan è iniziato male – ha raccontato il giocatore al Guardian – mi si è avvicinato e mi ha detto: ‘Come va, Jimmy?’. Io gli ho risposto ‘Sono John’. Con lui ero già finito, non mi ha mai considerato come giocatore e non pensava che avessi lavorato abbastanza duramente. Aveva ragione. Ci sono voluti Clough e Taylor per farmi capire il mio talento“.

La vita di Robertson, e quella di tutta una città, cambia il 6 gennaio del 1975. Brian Clough arriva al Forest da disoccupato. Il 12 settembre del ’74 era stato licenziato dal Leeds dopo appena 44 giorni. E nessun club si era più fatto. Poi è arrivata la telefonata da Nottingham. Una squadra modesta che galleggia al tredicesimo posto della vecchia Seconda Divisione. Non certo il posto ideale per pianificare la propria rivincita. Clough accetta e per prima cosa si presenta dal cuoco del club. Gli dice che avrà un forno e un frigorifero tutto nuovo grazie all’accordo che ha appena stretto con i giornali per le interviste. Una rivoluzione deve pur iniziare da qualche parte. Poi convince il fedelissimo John McGovern, che lo aveva seguito senza fortuna a Leeds, a trasferirsi a Nottingham. I due si conoscevano già dai tempi dell’Hartlepool Utd. Allora Clough aveva guardato quel ragazzino e gli aveva detto: “Per l’amor di Dio, tagliati i capelli, sembri una femmina”. E tanto era bastato a far nascere un legame profondo fra i due.

McGovern diventa il capitano del Forest e inizia a far crescere anche gli altri. A fine stagione i biancorossi chiudono sedicesimi. L’anno successivo, il primo totalmente sotto la gestione di Clough, il club arriva ottavo. Manca qualcosa. E quel qualcosa ha il nome e il cognome di Peter Taylor, il suo vecchio assistente ai tempi del Derby County. Il 16 luglio del 1976 l’allenatore riesce a portarlo con sé. E a fine stagione arriva la promozione. È l’inizio di una storia irripetibile che porterà nella bacheca del club ben 7 trofei. E sempre schierando una squadra imbottita di giocatori bravissimi ma poco conosciuti. McGovern diventa il perno del centrocampo, Robertson viene spostato dalla mediana alla fascia sinistra e si trasforma in uno dei giocatori più decisivi del Vecchio Continente. Clough lo chiama “Il mio Picasso”, il capitano del Forest, anni dopo, dirà che “John era un giocatore come Giggs, ma con due piedi buoni”.

Nel 1977/1978 il Nottingham vince la Coppa di Lega battendo il Liverpool ma, soprattutto, vince il campionato. L’anno successivo vola in Coppa dei Campioni. In semifinale elimina il Colonia, campione di Germania. Una leggenda come Günter Netzer si ritrova improvvisamente confuso. “Chi è questo McGovern – domanda – non l’ho mai sentito nominare eppure ha dominato il gioco”. Al termine della stessa partita il corrispondente del De Telegraaf chiede a Shilton: “Di tutta la squadra il tuo è l’unico nome che mi è familiare”. Il portiere sorride e risponde: “Bene, ora ci conoscerai tutti”. Il Forest batte il Malmo e conquista la prima Coppa dei Campioni. Un successo che verrà bissato nell’anno successivo, battendo l’Amburgo sempre per 1-0. Merito anche di John Robertson e di un collettivo straordinario. Anzi, come dirà il presidente della Federcalcio Spagnola Pablo Porta al termine della gara del Berbabeu, di “una squadra di professionisti che gioca con lo spirito dei dilettanti”.

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