di Paolo Iancale

Non c’è dubbio che situazioni eccezionali richiedano altrettante misure. L’improvvisa crisi sanitaria scatenata dalla diffusione del Covid-19 ha visto sin dall’inizio la gran parte dei Governi annunciare lo stato di emergenza e ricorrere a provvedimenti temporanei che hanno fortemente limitato la libertà dei cittadini (soprattutto nell’ambito della mobilità).

Uno stress-test per i governi democratici che stanno comunque facendo i conti con le opposizioni nei rispettivi parlamenti e con quella fetta di popolazione più sensibile alle conseguenze economiche del lockdown generale. In Europa, sulla scorta dei dati scientifici relativi al contagio, molti Paesi stanno gradualmente tornando ad una parziale normalità: le misure restrittive si allentano e l’attenzione della società civile si focalizza sulle azioni da intraprendere per rimediare ai gravi danni fatti dallo scatenarsi dell’epidemia.

Ma questo non è quello che accade in Ungheria. L’emergenza sanitaria è stata sfruttata dal premier Vicktor Orban come occasione per rinvigorire un sistema di potere che già da tempo ha assunto connotati tendenzialmente autoritari. A partire dal 30 Marzo scorso, Orban ha acquisito “pieni poteri”: ora gode di diritti di governo e poteri straordinari senza limiti di tempo, può governare sulla base di decreti, chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e ha la facoltà di bloccare le elezioni.

I risultati non si sono fatti attendere. Da inizio aprile è statuita in Ungheria una legge che impedisce la registrazione dei cambiamenti di sesso sui documenti d’identità. È stato applicato il divieto di ratifica della Convenzione europea sulla violenza contro le donne. È inoltre in vigore un decreto che consente alle autorità di effettuare arresti e perquisizioni verso quegli individui e/o organizzazioni che diffondono “notizie allarmiste” e per le quali possono essere inflitte pene carcerarie da 1 a 5 anni.

Durante la sua recente visita in Serbia, Orban si è detto pronto a rinunciare ai “pieni poteri” non appena l’emergenza sanitaria sarà terminata, presumibilmente a fine maggio, e ha sostenuto che la promulgazione di “certe regole” sia dettata esclusivamente dalla necessità di combattere efficacemente la pandemia.

Ma le regole (si legga leggi), nel loro insieme formano il DNA della democrazia. E se la genetica è materia relativamente moderna, l’idea che “la libertà sia il diritto di fare ciò che le leggi permettono” è invece datata 1748. Ha stupito, in questo periodo, la mancanza di provvedimenti seri e immediati da parte delle Istituzioni europee che, ad oggi, si sono pronunciate solo timidamente.

Qui non si tratta più di valutare quanto alcune misure abbiano una matrice “sovranista” (dottrina politica che non ha nulla a che vedere con la grave limitazione delle libertà personali) o siano funzionali alla stabilità del Governo ungherese in un periodo di crisi globale.

Nel Trattato istitutivo dell’UE datato 27 luglio 1992, 12 Capi di stato decisero fosse essenziale evidenziare “il proprio attaccamento ai principi della libertà, della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo, e delle libertà fondamentali nonché dello Stato di diritto”, come valori fondativi per l’istituzione dell’Unione Europea.

Se di valori si parla dunque, il dilemma sta nell’accettare o meno l’ipocrita messa in scena, che vede gli Stati collaborare fianco a fianco sotto l’egida di un articolato (e costoso) sistema democratico che, senza troppe storie, consente al suo interno ampi margini alle derive autoritarie.

Certamente un atteggiamento aggressivo dell’UE nei confronti di un leader eletto mina ulteriormente la popolarità della burocrazia europea che continua ad essere il bersaglio preferito dei Parlamenti nazionali, con il rischio di accelerare le tendenze centrifughe.

Ma se il rischio va evitato e, in nome della tenuta dell’Unione, accettassimo la deroga dei principi e dei valori fondamentali, potremmo prendere in considerazione l’idea di riaprire la strada dei negoziati con la Turchia. L’iter di adesione di Ankara è infatti arenato dal 2014 proprio a causa del mancato processo di riforma “del sistema giudiziario, dei diritti fondamentali e della giustizia, della libertà […] improntato a valori e norme europee”.

E chissà poi se Erdogan sarebbe contento di una rinnovata apertura di Bruxelles…

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