Con i suoi 6500 chilometri in cui si snoda attraversando Perù, Colombia e Brasile, il Rio delle Amazzoni è vita e condanna per le popolazioni indigene che ci vivono vicino. È infatti la loro fonte di sostentamento, l’unica ‘strada’ percorribile, e al tempo stesso la porta d’ingresso al Covid-19. Chiuderlo vorrebbe dire farle morire di fame. In tutta l’America Latina sono 826 i popoli nativi che abitano da Panama al Cile, di cui 100 in almeno due nazioni diverse, 200 in isolamento volontario e 400 vicino al Rio delle Amazzoni. Più di 45 milioni di persone, che rischiano di essere spazzate via da questa nuova epidemia.

Decimate in passato dalle malattie portate dall’uomo bianco, queste popolazioni, fondamentali per preservare la biodiversità della Terra, per l’ennesima volta corrono il pericolo di pagare un tributo molto alto, perdendo la loro memoria e tradizioni con la morte dei loro anziani, e rischiando di scomparire del tutto, non solo per il virus, ma anche per i conflitti e la violenza causati dalla scarsità di risorse, come cibo e acqua potabile. L’epidemia, nella sua corsa, sta accentuando una situazione già critica per discriminazioni e disuguaglianze.

Gli ospedali dell’Amazzonia non hanno risorse per far fronte ad un’emergenza di tale portata, e i governanti dei vari paesi non sempre hanno adottato le strategie che potrebbero davvero aiutarli, come il presidente brasiliano Jair Bolsonaro che si rifiuta di adottare misure preventive più restrittive. Inoltre le raccomandazioni di rimanere a casa e lavarsi spesso le mani sono difficilmente applicabili per molte di queste comunità che spesso non hanno accesso all’acqua. “Per affrontare la pandemia con qualche possibilità di successo servono strategie specifiche per i popoli e le comunità indigene. A causa della loro condizione di isolamento, hanno dei sistemi immunitari più fragili dei nostri rispetto all’attacco di agenti patogeni esterni”, spiega il primo rapporto steso dal Fondo per lo sviluppo dei Popoli indigeni dell’America latina e dei Caraibi (Filac).

Nello stato brasiliano di Amazonas al 26 aprile erano 679 i casi confermati e 40 le morti tra le popolazioni native, secondo i dati del Coordinamento delle Organizzazioni indigene della valle amazzonica (Coica). Ma i numeri rischiano di essere molto più alti se si considera che nella zona dell’Alto Rio Negro ci sono solo due ospedali per una regione di otto milioni di ettari di superficie. La situazione più drammatica e rischiosa si ha nelle città di frontiera, come la brasiliana Tabatinga, al confine con Colombia e Perú. Quattro leader della comunità Kokamas hanno firmato un comunicato divulgato dall’Articulación de los Pueblos Indígenas de Brasil (APIB) in cui denunciano “il razzismo istituzionale” delle autorità brasiliane, accusandole di “negligenza e omissioni, oltre che di azioni insufficienti”.

I leader si dicono “afflitti e disperati” per le difficoltà del loro popolo a rispettare l’isolamento sociale in una regione di frontiera come la loro, con grande mobilità terrestre e fluviale. La situazione peggiora se si attraversa la frontiera e si arriva a Letizia, nell’Amazzonia colombiana, dove il coronavirus in 20 giorni ha colpito 418 persone e non ci sono reparti di terapia intensiva. Nei villaggi indigeni, con un po’ di fortuna e solo in alcuni casi, si può trovare un piccolo ambulatorio. “Ma i medici non ci vogliono andare a Letizia, vista la situazione così precaria – spiega Nely Kuiro, della Commissione di comunicazione dei popoli indigeni della Macroamazzonia -. Una ventina di loro hanno rinunciato, non potendo avere protezione sufficiente”. In Perù l’Associazione interetnica della selva peruviana ha denunciato lo Stato davanti alle Nazioni Unite “per il pericolo di etnocidio”. Il presidente delle Comunità indigene Ticunas e Yagua della Bassa Amazzonia, Francisco Hernandez, spiega che non hanno dove andare e servono medici.

Secondo il Filac servono almeno tre azioni urgenti per far fronte alla situazione: risolvere la precarietà alimentare di molte comunità indigene, rispettare e appoggiare le loro strategie di prevenzione contro la pandemia, e stabilire dei meccanismi formali ed efficienti di dialogo tra i popoli indigeni e le autorità statali. I popoli indigeni, per quanto possono, stanno cercando di proteggersi, forti del loro bagaglio storico, conoscenze ancestrali e capacità organizzativa. Oltre a costituire una Piattaforma indigena regionale sul Covid-19 per lo scambio di informazioni, hanno preparato informazioni e raccomandazioni sanitarie di base nei loro idiomi, come la campagna boliviana “Cura la tua comunità” in 9 lingue indigene, oppure scelto di isolarsi e vietato l’ingresso a estranei.

In Ecuador, dopo la morte di un anziano di 70 anni, i Siekopai hanno preso le loro cose e se ne sono andati nel mezzo della selva con i loro anziani, i più a rischio con il virus, mentre a Panama i Gunayala hanno adottato la quarantena e un cordone sanitario. La maggior parte delle comunità indigene prende le loro medicine per rinforzare il sistema immunitario, ha predisposto meccanismi di vigilanza comunitaria e protezione delle frontiere. “Più che vulnerabili, le popolazioni indigene hanno dimostrato la loro resilienza in vari secoli di pandemia, e questa non sarà l’ultima volta”, dice il Filac. E c’è da sperare che sarà così, nonostante tutto.

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