Quando la ventiquattrenne Rosa Oliva si presentò al concorso per la carriera prefettizia, sapeva già di non avere i requisiti. Non perché le mancassero i titoli di studio, ma in quanto donna. Ma quando un mortificato maresciallo le disse che la domanda era stata respinta, Rosa se lo fece mettere per iscritto e portò il biglietto da un suo insegnante, il professor Costantino Mortati. “Vengo da lei come avvocato”, precisò. Grazie al suo ricorso, il 13 maggio 1960 la Consulta riconobbe il diritto – suo e di tutte le donne – di partecipare ai concorsi pubblici che prima erano riservati ai soli uomini. “Il mio obiettivo non era diventare prefetto, ma sollevare un caso e spazzar via discriminazioni inaccettabili“, avrebbe raccontato anni dopo.

La sua battaglia iniziò nel 1958, quando aveva solo 24 anni: nata a Salerno da genitori napoletani e aveva studiato diritto alla Sapienza. “Non mi arrendevo all’incoerenza tra quello che era scritto nella Costituzione e la realtà delle cose”, ha raccontato in un’intervista a Repubblica. Gli anni Sessanta, le rivendicazioni per la parità e il femminismo erano ancora lontani: alla fine degli anni ’50 in Italia le donne erano escluse da moltissime professioni, e pochissime arrivavano alla laurea. Ma la Corte costituzionale, esaminando il suo ricorso, fece uno scatto in avanti, riconoscendo nell’esclusione dal concorso la violazione degli articoli 3 (sull’eguaglianza senza distinzione di sesso) e 51 (sull’accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza).

La sentenza arrivò nel maggio del 1960, e con essa la notorietà per la giovane Rosa Oliva (che nel frattempo aveva vinto un concorso per l’Intendenza di finanza). Fu soprannominata la “Rosa Parks italiana” per aver abbattuto il muro che divideva le donne dalle cariche pubbliche. Ma un conto è la legge, un altro la società: i fotografi le chiedevano di mettersi in posa vicino alla macchinetta del caffé, o di far finta di spolverare per aprire i servizi televisivi. Stereotipi duri a morire. La notizia diventò la sua pettinatura: “Il prefetto con lo chignon”, titolava un quotidiano. “Il problema è che, a distanza di sessant’anni, quella parità sancita dalla Carta non è ancora pienamente rispettata“, continua Oliva su Repubblica. Se il personale sanitario è per due terzi femminile, spiega, le primarie non arrivano al 20 per cento. Nell’università, tra gli ordinari, c’è solo una donna su cinque. Oggi Oliva ha 85 anni e vive a Roma, dove continua a combattere per i diritti delle donne: nel 2010 ha creato Rete per la Parità che vigila sul gender gap in vari settori.

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