“All’inizio ero titubante, facendo lezioni solo faccia a faccia, calibrate sulla persona che avevo davanti, mi sembrava impossibile insegnare yoga online. Poi ho provato e ora per tre volte a settimana regalo lezioni di yoga sul mio profilo Instagram e i feedback che ricevo sono eccezionali”. Francesca Senette, 44 anni, giornalista tv nella prima vita, oggi una figlia adolescente e un bimbo in prima elementare, ha incontrato lo yoga per caso, un giorno, in una palestra dove faceva fitness e zumba. Di lì è iniziato un percorso che in pochi anni l’ha portata a diventare lei stessa insegnante, con un duro corso teorico e pratico di due anni.

Oggi, oltre ad essere co-conduttrice di YoYoga su Sky-DeA junior e insegnante di Hatha yoga, Pranayama e Yoga Nidra a Milano, ha scritto un libro edito da Sonda, editore attento all’ambiente, Il piccolo libro dello yoga. Un volume agile per rispondere alle domande che l’autrice si sente spesso porre da chi pratica: “Cosa si intende per karma?”, “Chi pratica yoga è anche vegano?”, “Perché si canta l’Om”?. “Ho cercato di rendere comprensibili concetti complessi, senza banalizzare”, spiega. “Ma sono contenta se chi legge sarà spinto ad approfondire, io per la mai formazione ho passato mesi a studiare sanscrito, filosofia, anatomia”. Si parte dunque dalla parola “Yoga” per finire con il saluto “Namaste”.

Yoga – La tradizione più accreditata è quella di “unire-unione”, mente e corpo, anima e spirito. Il termine, ricorda l’autrice, viene dalla radice “yui”, che sta per “aggiogare” e indica ciò che noi potremmo fare attraverso lo strumento della pratica, intesa come metodo. Ma quanti tipi di yoga esistono? L’Ashtanga sono “una serie immodificabile di asana”, intensa e faticosa, poi c’è l’Hatha – asana mantenute a lungo attingendo ai grandi gruppi di posizioni – , infine il Vinyasa flow, pratica “morbida e dinamica”, ritmata dal respiro e con tra transizione dinamica tra le posture.

Asana – Sono la base della pratica, indispensabile per passare agli stadi più elevati. In altre parole, “sono posizioni meditative che consentono l’illuminazione, l’armonia di anima e corpo”. Albero, cane, bastone, guerriere, arco, bambino, gru: gli asana, scrive l’autrice, ricordano elementi naturali, forme o oggetti, ma non sono esercizi ginnici.

Yama e Niyama – Yama significa “controllare” e indica “i principi etici e morali dell’individuo”. Si dividono in “Ahimsa” –non violenza -, “Satya” – verità, essere sinceri in pensieri, parole e opere -, “Asteya” – non rubare -, “Brahmacharya” – continenza, purezza -, “Aparigraha” – evitare l’attaccamento alle cose. I “Niyama” sono restrizioni della vita individuale, “la disciplinano dandole ordine, ritmo, armonia”. “Osservare questi principi significa non poter fare più tardi la sera, fare un aperitivo, diventare asceti”, precisa l’autrice. “Né tanto meno giudicare, anzi. Penso ad esempio al fatto di essere vegetariani. Io lo sono, evito di comprare proteine animali per i miei figli, ma non critico chi fa altrimenti”.

Saucha – È un concetto che riguarda la pulizia del corpo attraverso la pratica regolare dello yoga e della respirazione, una dieta sana e pratiche di purificazione interna. Indica anche la pulizia mentale, “ad esempio dalla rabbia”.

Santosha – È “l’appagamento, l’essere contenti di ciò che si ha”.

Tapas – Indica “il fuoco interiore, l’austerità, la forza di volontà”.

Svadhyaya – È lo studio di sé, della nostra vera natura e quindi anche “lo studio dei testi sacri e dei maestri”.

Ishvara Pranidhana – Il significato è “devozione continuativa” e “abbandono verso Dio”.

Om – È un mantra, “una sillaba sacra che dà origine a una vibrazione di energia spirituale”. Non è una preghiera, ma un suono primordiale, la prima vibrazione emanata dall’Assoluto per la creazione. È quindi la vibrazione che più si avvicina a Dio. “La prima volta che l’ho sentito mi sono sentita quasi violata, da cattolica”, racconta Senette, “in realtà lo yoga, alla fine, mi ha riavvicinato al cattolicesimo, ho capito che il divino è uno solo”.

Pranyama – È un insieme di tecniche per controllare ed espandere la nostra capacità di respirare. Nello yoga infatti la bocca è del tutto inutilizzata. Controllando inspirazione ed espirazione “impariamo a controllare anche il nostro stato emotivo”.

Meditazione – Come indica la radice comune a “medicina”, scopo della meditazione è curare, ma anche “misurare con la mente”, distogliendola dai sensi esterni. Nel libro si trovano indicazioni su come farla, ad esempio usando un mantra e facendola con frequenza quotidiana.

Karma – Significa “agire”, “azione”, è la legge sovrana del cosmo interiore e implica che ogni nostra azione abbia delle conseguenze (causa-effetto). Il karma è anche un “destino” ma che “noi possiamo migliorare e affrontare, praticando la meditazione e osservando i precetti yama e niyama”.

Chakra – Secondo le Upanisad, nel nostro secondo corpo, “pranico, energetico, astrale”, diverso da quello fisico e quello spirituale, si trovano i sette chakra, “ruote” attraverso cui passa l’energia. Si va dal chakra più basso, alla base della spina dorsale, rosso – “Muladhara chakra” – che indica forza e passione, ma anche radicamento e stabilità, al “Svadhsthana chakra”, arancione, a livello della vescica e degli organi genitali, centro della sessualità e della gioia di vivere, rappresentato dall’elemento dell’acqua. Nel centro dell’ombelico troviamo i “Manipua chakua”, giallo, è la regione dello stomaco, centro di accumulo dell’energia vitale. Salendo c’è la zona del cuore, “Anhata chakra”, che rappresenta l’aria ed è legato alle emozioni. In prossimità della gola incontriamo “Vishuddha chakra”, blu, connessa all’etere e alla purezza, quindi c’è l’occhio spirituale, “Ajna chakra”, colore indaco, e ha sede nel cervello. Questo chakra è il centro della spiritualità, favorisce l’intuizione e la consapevolezza, mentre sulla sommità della testa c’è “Sahasrara chakra”, dal colore viola o bianco perché comprende tutti i colori. Rappresenta “la connessione con l’Infinito” o con la Coscienza cosmica e uno dei suoi simboli è il loto dai mille petali.

Namaste – È il gesto delle mani giunte è chiamato “anjali” (radice anj, che significa celebrare, onorare) e rappresenta l’unione dello spirito (mano destra) e materia (sinistra). Questo saluto si può tradurre come “il divino che in me riconosce e si prostra al divino che c’è in te”. È una forma di ringraziamento elevata, che il maestro rivolge ai suoi allievi, i quali contraccambiano, esprimendo anch’essi gratitudine. “E come dicevo, proprio in questo momento di quarantena”, conclude Senette, “sto ricevendo tantissimo in cambio delle mie lezioni; c’è chi mi chiede l’indirizzo per mandarmi cose, chi mi scrive. Tanta gratitudine, appunto”.

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