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di Bianca Leonardi

Sono una donna di 27 anni, sono una giornalista e sono una madre. Ci sono giorno in cui non mi trucco, altri che dimentico di lavarmi i capelli, altri ancora che mi metto i tacchi per andare al supermercato. Per alcuni sono bella, interessante, sexy e spigliata; per altri brutta, goffa e imbranata. È umano, il mondo è bello perché è vario, per citare un luogo comune, e nel mondo in cui viviamo oggi i canoni estetici sono troppo spesso gli inevitabili lasciapassare per il successo.

Sugli smartphone degli italiani in questi giorni, oltre alla tremenda emergenza Covid, a catalizzare l’attenzione dei curiosi è sicuramente la triste e raccapricciante vicenda che vede protagonista la giornalista Giovanna Botteri, inviata Rai a Pechino.

Un volto conosciuto, una figura che ha raccontato all’Italia la maggior parte degli avvenimenti storici del nostro paese, una donna che non racconta di sé attraverso un profilo Instagram ma grida alla giustizia e al coraggio.

La signora Botteri è infatti stata presa di mira da alcuni individui, probabilmente gli stessi che si scattano un selfie con una bandiera “andrà tutto bene” inneggiando alla solidarietà e all’umanità, che hanno criticato pesantemente il suo aspetto fisico, la piega dei suoi capelli, il suo look.

La pochezza di questa vicenda non è sicuramente degna di uno spazio mediatico ma è giusto e doveroso sollevare il tema, non tanto per dare attenzione a quella parte d’Italia che passa il tempo a contare i like, ma per tutti coloro che troppo spesso sono vittime di body shaming.

“Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi.” – ha risposto agli insulti Botteri.

Un manifesto importante quello della giornalista che, con eleganza e determinazione, non si è lasciata fagocitare dal gossip grottesco, usando le stesse accuse a lei rivolte per dare una lezione di vita non solo a coloro che forse non lo capiranno, ma a tutte quelle persone che, timide, fragili e insicure, non hanno la forza per combattere questa battaglia culturale.

Botteri è una professionista, una donna che incarna i valori del coraggio e della resistenza, della passione per una professione che ha scelto e che è diventata la sua missione. Non tutte siamo come lei, non tutte vogliamo la sua vita, ma tutte abbiamo il sacrosanto obbligo morale di ribellarci.

“A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere”.

Abbiamo la fortuna di vivere in una realtà in cui ci professiamo liberi, ma liberi da cosa? In verità siamo schiavi, noi donne ancora di più, di un meccanismo che tanto critichiamo ma in cui ci sentiamo al sicuro, in cui l’apparenza prende il posto dell’essenza in una spietata gara dove tutto vale ma niente conta davvero. Ci crediamo emancipate e indipendenti, figlie di una rivoluzione per cui le nostre nonne hanno perso la vita, ma la triste realtà è che dipendiamo dal giudizio degli altri.

Sono questi entusiasmi artificiali che ci rendono vive, pronte a tutto e capaci di niente. Siamo quindi noi donne a innescare questo meccanismo che ci rende vittime e prede di una società distratta o è la società in cui viviamo che ci eleva a paladine della più triste superficialità?

Voglio credere che le parole di Botteri possano ancora una volta essere un tentativo per pretendere di più da noi stesse. Voglio credere nelle ambizioni che non fanno dormire la notte, nella sana irriverenza di chi non ha niente da nascondere, negli animi gentili e pieni di passione, nella fame di futuro e nell’educazione, perché solo così potremo preservare e difendere quella bellissima e rara dignità che solo una donna può custodire.

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